LA SUNETA
Poesia
di Angelo Vicini con musica di Fabrizio Poggi basata su di una
melodia tradizionale di probabile origine celtica. La canzone è
dedicata ad uno degli strumenti più diffusi nel passato prossimo,
quando è stato il compagno musicale ideale di tanta gente:
emigranti, soldati, braccianti,partigiani, prigionieri nei campi di
concentramento, minatori; povera gente che scacciava la malinconia e
“il male di vivere” suonando l’armonica a bocca.
LA
TERRIBILE SCIAGURA DI MATTMARK
Celebre
brano dei cantastorie pavesi ispirato ad un fatto vero. La
narrazione ricorda le celebri copertine della “Domenica del
Corriere” o le illustrazioni dei “Fatti della Vita” di “Grand
Hotel”.
La
canzone racconta il crollo di un ghiacciaio avvenuto alle 17 e 15
del 30 agosto 1965, nel cantiere di Mattmark, nelle Alpi svizzere.
Un milione di metri cubi di ghiaccio che forma un’onda di trenta
metri investe senza pietà le baracche e i poveri lavoratori.
Ottantotto sono i morti di cui cinquantasei italiani.
Anche
quando ormai la radio e la televisione con i loro notiziari erano
entrati in quasi tutte le case, le storie raccontate in piazza
colpivano le persone in modo diverso, perché i cantastorie
riuscivano a toccare corde dell’anima che difficilmente i mezzi di
comunicazione riuscivano a raggiungere. L’emozione, è quello che
mantiene ancora oggi vive, le bellissime canzoni dei cantastorie.
La
versione originale di questo brano cantato dai cantastorie “pavesi”
è contenuta nel volume edito dal comune di Venezia “Storia e
canzoni in Italia: il Novecento” a cura di Pietro Brunello,
Antonella De Palma e Cesare Bermani accanto all’inno di Mameli, alle
canzoni dell’era fascista e a “Bandiera rossa”.
VOLA
COLOMBA
Scritta
da Cherubini e Concina e vincitrice del secondo festival di Sanremo
nel 1952, questa canzone entrò subito a far parte del repertorio dei
cantastorie. Questi ultimi tra l’altro la modificarono per farla
aderire ancora di più al loro stile. I temi trattati nella canzone
l’emigrazione e “l’amore lontano” sono temi ricorrenti nelle canzoni
tradizionali di tutto il mondo per cui può essere credibile
l’ipotesi che le canzoni di musica leggera di quegli anni
prendessero ispirazione da ciò che la gente cantava nelle osterie,
nei luoghi di lavoro (quando permesso) e persino in chiesa.
La
nostra versione è quella “tagliata” cantata dai cantastorie
“pavesi”. Il grande Adriano Callegari nelle sue memorie ricorda di
averla cantata davanti agli stabilimenti dell’Alfa Romeo a Milano,
vendendo migliaia di “fogli volanti” contenti questa canzone agli
operai che uscivano dalle fabbriche.
SCIUR
PADRUN DA LI BELI BRAGHI BIANCHI
Questa
popolarissima canzone delle mondine è cantata nell’ormai leggendario
“esperanto delle mondariso”, una lingua speciale che queste donne
usavano per cantare dove confluivano lingua italiana, dialetti
regionali e “modi di dire” particolari. In questo brano, piuttosto
emblematico, il dialetto del sud della Lombardia si fonde con
quello veneto, quello emiliano e quello piemontese dando vita ad un
efficacissima “mescolanza” linguistica. Questo espediente permetteva
alle mondine di scambiasi canzoni e storie senza barriere
linguistiche e ha fatto si che le loro canzoni giungessero ancora
“fresche” e attuali nel loro significato più intimo fino a noi.
LA
MUNDENA
Poesia
di Angelo Vicini dedicata all’epopea quasi leggendaria che ha avuto
Voghera, luogo natio di Fabrizio Poggi, come protagonista. Con la
sua stazione ferroviaria, la città, è stata per decenni il punto di
arrivo di queste donne che poi, con carretti trainati da animali e
autocarri, venivano portate nelle zone delle risaie. Sono tante le
mondine di tutta Italia che ricordano Voghera e la sua stazione come
punto d’incontro non solo con chi le assumeva ma anche con le
proprie compagne di lavoro. Il selciato del piazzale della stazione,
ha ancora vivo il ricordo degli abbracci e delle lacrime di queste
donne forti e generose. Il poeta è riuscito a descrivere il lavoro
di queste donne straordinarie con toccante “taglio cinematografico”
neorealista. La musica è di Fabrizio Poggi.
ANCHE
PER QUEST’ANNO RAGAZZE CI HAN FREGATO
Divertente e tragico allo stesso tempo questo brano mette in
evidenza un aspetto meno conosciuto delle mondine e cioè quello
ironico. Per sopportare le loro precarie condizioni di lavoro le
mondariso si affidavano spesso al loro senso dell’umorismo dando
vita graffianti canzoni come questa che i Turututela hanno imparato
dall’immortale Giovanna Daffini. La versione che abbiamo registrato
però Fabrizio l’ha sentita da Vincenzina Cavallini che oltre ad
essere stata una leggendaria cantastorie, vivendo a Tromello in
piena Lomellina, terra di nebbie e di risaie a sua volta l’ha
imparata durante i “famigerati” quaranta giorni di monda. Sono
tante le donne della sua generazione (lei è del 1929) che almeno
una volta nella vita hanno provato al condizione di mondina. E
proprio con l’acqua fino alle ginocchia Vicenzina ha imparato a
perfezionare il suo canto. Lei era davvero già bravissima, e alle
sue compagne che lodandole sue doti canore le chiedevano perché non
andasse a cantare al festival di Sanremo che proprio in quegli anni
muoveva i primi passi rispondeva che “per andare a Sanremo bisogna
dar via la “frittola”. Inutile spiegarvi il significato della parola
e anche triste constatare che le logiche artistiche dell’epoca non
siano poi così differenti da quelle odierne. Anche il termine
“rallentamento” è per così dire “d’annata” . Oggi, dopo l’invenzione
della moviola probabilmente le mondine canterebbero “rallentatore”.
SALUTEREMO IL SIGNOR PADRONE
Sicuramente una delle più conosciute e cantate fra le canzoni delle
mondariso della Pianura Padana.
Considerata insieme a “Bella Ciao” la canzone più “politica” delle
mondine, questo brano ha fatto da colonna sonora alle lotte delle
mondine per conquistare dignità e rispetto, come donne e
lavoratrici.
I loro
scioperi per ottenere le otto ore lavorative sono state un esempio
per gli operai delle fabbriche che hanno preso coscienza e
protestato per le loro condizioni di lavoro spesso disumane proprio
seguendo l’esempio delle mondariso. Queste donne che fra fine maggio
e inizio luglio lavoravano duramente dall’alba al tramonto sotto un
sole cocente, piegate a togliere le erbacce dal riso con le gambe
dentro all’acqua marcia fino alle ginocchia lottavano duramente per
ottenere una “vita lavorativa” più umana. Non chiedevano di lavorare
meno per se stesse ma per potere dedicare
più
tempo ai figli, alla casa, al marito. Molte di loro, inoltre,
provenendo da situazioni poverissime, dopo il lavoro in risaia
dovevano occuparsi anche della cura dell’orto e degli animali da
cortile indispensabili all’ economia delle loro poverissime
famiglie. Il tipico“cappellone” di paglia citato
nella
canzone che serviva alle mondine per proteggersi dal sole era
chiamato anche “lobia”.
O CARA
MOGLIE
Questa è
una delle prime canzoni che Fabrizio ha imparato a suonare quando,
nel 1977 si è avvicinato alla chitarra. Erano quelli gli anni in cui
lavorava in fabbrica ed era impegnato nel sindacato e quindi ha
sempre "sentito" questa canzone "in maniera particolare".
Ivan
Della Mea ha scritto questa canzone, usando sia per la musica sia
per le parole un "canovaccio" sul quale i cantastorie componevano i
loro brani. Nella canzone, Della Mea racconta un fatto realmente
accaduto e da voce ad un operaio della FIAT di Torino licenziato per
aver partecipato ad uno sciopero.
E’ una
canzone "tristemente" attuale in un mondo in cui la povera gente
diventa sempre più povera e i ricchi sempre più ricchi.
E' una
canzone che getta davvero un ponte tra le generazioni, e parla di
anni nei quali lottare per la propria libertà e dignità era davvero
"pericoloso". Per anni ci hanno fatto "sentire in colpa", bollando
come anacronistiche e retoriche queste canzoni e cercando
soprattutto di farcele dimenticare.
Noi non
vogliamo dimenticare il nostro passato.
Noi
siamo la nostra storia, e questa canzone parla ai nostri cuori con
la stessa passione ed impegno civile di quando è stata scritta nel
1968.
Anche
Fabrizio è stato licenziato in quegli anni per aver appeso un
manifesto per la festa dell' 8 marzo fuori dagli spazi "risicati"
concessi al sindacato. Al padrone non era piaciuto che Fabrizio
sporcasse i muri della "sua" fabbrica con dei "manifesti
comunisti". Fabrizio dopo una settimana di sciopero ad oltranza
verrà riammesso in fabbrica ma questo episodio resterà impresso
nella sua memoria per sempre .Soprattutto gli è rimasta impressa la
frase che qualche "crumiro" gli aveva detto e cioè "che un po' se
l'era cercata"...Anche lui li ha maledetti senza pietà.
MAMMA MIA DAMMI 100 LIRE
Forse
una delle più celebri canzoni popolari italiane. Il suo “vero”
titolo è “La maledizione della madre” o almeno così scrivevano il
grande ricercatore piemontese Costantino Nigra e il suo successivo e
indimenticabile collega Roberto Leydi. Il tema è quello doloroso
dell’emigrazione che spesso ha provocato ferite laceranti separando
i genitori dai figli che speravano di trovare maggiore fortuna
lontano da casa. Ci ha raccontato una nostra amica argentina, i cui
nonni erano emigrati in quella terra che quando da piccola andava
spesso a trovarli, la nonna le raccontava sempre della sua bella e
amata Italia. Sovente con gli occhi bagnati dalle lacrime tirava
fuori da un cassetto un pacchetto che dolcemente accarezzava. Dentro
c’era un pezzo di pane che la mamma le aveva dato da mangiare
durante il lungo viaggio che l’avrebbe portata in America.
Lei però
non l’aveva mangiato, anzi, lo aveva custodito per anni gelosamente
perché quel pezzo di pane gli ricordava la sua mamma che non avrebbe
più rivisto per tutta la vita.
MINIERA
Scritta
dalla celebre coppia Bixio – Cherubini nel 1927 in piena epoca
fascista. Sebbene al regime non piacesse affatto l’immagine
dell’italiano che andava a cercare lavoro all’estero furono davvero
tanti i nostri connazionali che emigrarono soprattutto verso il
continente americano. Anche i nonni paterni di Fabrizio, Giuditta ed
Eusebio partirono per l’ Argentina un triste giorno del 1925 e da
allora nessuno seppe più niente di loro. Una storia comune in un
paese dove erano pochissimi quelli che sapevano leggere e scrivere e
le lettere e i giornali un lusso per pochi. Il giornale in quegli
anni erano le storie dei cantastorie. Questa canzone entrò subito
nel repertorio di quelli pavesi e resto sempre un punto fermo del
loro “treppo” (così i cantastorie chiamano da sempre i loro
spettacoli).
E
probabilmente senza volerlo in piena epoca autarchica dove veniva
bandito ogni tipo di esterofilia e venivano ghettizzati coloro che
erano diversi: gli ebrei, gli omosessuali e gli zingari e così via
Bixio e Cherubini hanno scritto un tango intriso di blues e hanno in
qualche modo predetto la tragedia di Marcinelle in Belgio dove l’8
agosto 1956 in seguito ad un incendio scoppiato in una miniera di
carbone morirono 262 minatori di cui ben 136 di nazionalità
italiana. Quando accadde questa sciagura i cantastorie non
dovettero scrivere una nuova canzone: ce l’avevano già in
repertorio. E rispetto alla realtà aveva anche un finale meno triste
pur nella sua drammaticità. E il blues? Come non riconoscere nella
“hawaiana” al cui suono tutti danzano nella “bettola messicana” una
chitarra “slide” ovvero con il ditale che scorre sulle corde
inesorabilmente blues. Sicuramente ci sarà anche stata una armonica
suonare, magari un modello “Allegri Camerati” che la ditta Prestini
fabbricava quegli anni adeguandosi ai gusti imposti dal regime.
La
versione dei Turututela si ispira a quella cantata da Vincenzina
Mellina Cavallini in compagnia dei cantastorie “pavesi” registrati
l’8 settembre 1976 da Giorgio Vezzani e contenuta e contenuta nel
disco “I cantastorie padani” a cura di Gian Paolo Borghi e Giorgio
Mezzani, ai quali va tributato un doveroso ringraziamento per la
preziosa opera di ricerca e conservazione di materiale che
altrimenti si sarebbe perso nella memoria della gente.
MAMMA PERCHE’ NON TORNI ?
Sicuramente la canzone di maggior successo dei cantastorie “pavesi”.
Scritto da Adriano Callegari, questo brano è stato per anni la
punta di diamante del loro spettacolo. Questa storia triste ma
inventata, seppur verosimile, nelle parole dell’autore “apriva il
cuore e il portafoglio della gente” che faceva addirittura ressa per
venire in possesso della cartolina ricordo con la foto dei
cantastorie e il testo della canzone sul retro. E’ vero, è una
canzone triste, tragica, lacrimevole. Ma non sono forse queste le
canzoni, i film o i libri quelli che più scatenano le nostre
emozioni facendoci commuovere, indignare, piangere, urlare in una
parola “partecipare”. Vi ricordate per caso qualche film comico che
abbia vinto un Oscar o un premio letterario? Se ce ne sono, sono
davvero pochi. Indimenticabile la presentazione del brano di Adriano
Callegari, per noi il più grande, in assoluto. Ecco le parole del
leggendario cantastorie:
“E’ la
storia di un povero bimbo di Milano, che all’età di cinque anni la
più brutta malattia che poteva colpire un’innocente creatura ha
colpito questo bambino: la paralisi infantile. Figlio di un povero
operaio, il bimbo aveva la disgrazia di avere una mamma moderna che
amava il lusso e il divertimento.Un bel giorno, questa donna, questa
ingrata, questa malvagia abbandona il piccolo abbandona il marito e
fugge con un altro uomo. Il bambino cerca la mamma ma la mamma non
c’è.Nel grande dolore il suo piccolo cuore si ammala. Suo padre
modesto operaio lavoratore manda a chiamare un famoso professore che
le dice guardi il suo bimbo è colpito da un male crudele senza
speranza . Allora questo povero uomo tra le lacrime accarezza quella
piccola creatura e le dice: Renato domani è domenica ti porterò a
casa un bel treno, un fucile, un teatrino con dei burattini ma il
bimbo dice non voglio doni, voglio la mamma. E allora questo povero
operaio si è rivolto alla Madonna di Lourdes e ha pronunciato queste
parole: Madonna perdono quella donna, perdono il disonore del mio
casolare ma falla tornare per l’ultima volta il suo bimbo a baciare.
La donna non è tornata e dopo tre giorni mentre il campanile suonava
l’Ave Maria il bimbo moriva con in bocca la parola: mamma perché non
torni? Ne fu fatta la canzone. A voi le parole e la musica.”
LA
STORIA SI CANTA
Testo
originale di Roberto G. Sacchi, Fabrizio Poggi e Angelo Vicini con
musica originale di Fabrizio Poggi. Il brano tratta della vita dei
leggendari cantastorie “pavesi” , raccontata in prima persona e
contiene la commovente storia di Vincenzina Cavallini che per poter
acquistare costosi medicinali che le avrebbero permesso di curare il
figlio nato cerebroleso, andava a cantare “Mamma perché non torni”
nelle piazze con il pianto nel cuore. Il tamburo che sentite verso
la fine della canzone è un omaggio a Vincenzina o meglio “Vice” come
da tutti viene chiamata che negli anni cinquanta del novecento era
l’unica donna a suonare “il jazz band” (così i cantastorie
chiamavano la batteria) nelle piazze di tutta Italia.
GIOVANNA, LA VOCE
Vi ho parlato prima della leggendaria Giovanna Iris Daffini, la "Callas dei poveri" .
Questa canzone è dedicata a lei o meglio, noi l'abbiamo scritta pensando a quale canzone avrebbe scritto per lei suo marito Vittorio. Giovanna e Vittorio sono stati protagonisti di una bellissima storia d'amore.
Giovanna fin da ragazza va a lavorare e a cantare nelle risaie.
Vittorio, ragazzo timido,gentile e grande violinista, si innamora di lei e lascia l'orchestra sinfonica con la quale suonava in tutta Europa e anche in America e comincia ad accompagnare col suo violino Giovanna nelle osterie e nelle feste paesane.
Giovanna va a cantare, per i vecchi e per i giovani, vecchie e nuove canzoni che parlano d'amore, di guerra e di risaia.
Queste sono le parole e la musica che forse Vittorio avrebbe usato per dedicarle una canzone e, quindi, questo brano è per Giovanna e per Vittorio: chissà dove saranno questa sera, magari in qualche piazzetta di un minuscolo paesino, là tra le nubi e gli angeli del Paradiso.
SENTI LE RANE CHE CANTANO
Vorrei cantarvi di un mondo che forse oggi non c'e' piu', ma le storie che raccontava la gente come noi, in quel mondo, quelle, quelle ci sono ancora.
Sono le storie che ci raccontiamo ogni giorno, non sono cambiate
.
Sono storie che parlano di amori disperati e di piccole felicita', di grandi tragedie e di quelle piccole meraviglie della natura che ci stupiscono ancora ogni mattina quando ci svegliamo o quando nelle sere d'estate sentiamo le rane cantare alla luna
.
DONNA LOMBARDA
Questa è la più famosa delle ballate italiane. Donna lombarda è stata fatta risalire dagli studiosi di musica popolare all'epoca dei Longobardi, quindi questa è una canzone che dovrebbe avere più o meno mille anni.
E' la storia di un Re, di una mamma, di un papà e di un bimbo di tre mesi che per miracolo comincia a parlare.
Magari è arrivata qui insieme ai trovatori che stavano nel castello dei Malaspina ad Oramala, sulle montagne della provincia di Pavia. Nel medioevo questo castello era il ritrovo dei più bravi trovatori che venivano da tutta Europa per cantare le loro storie. Delle tante versioni di questa canzone, noi abbiamo scelto quella della grande Giovanna Iris Daffini, detta "la Callas dei poveri", un autentico mito per chi voglia cantare la musica popolare.
Purtroppo oggi Giovanna non c'è più, ma ci ha lasciato le sue canzoni, come questa, che lei cantava come se fosse stata scritta non nel medioevo, ma appena ieri, perché... le storie sono sempre le stesse e non cambieranno mai.
L'INGLESINA
La prossima canzone è conosciuta in tutto il Nord Europa.
Magari a volte cambia la musica, qualche parola, ma la storia rimane sempre la stessa. Anche questa è una storia medioevale ma è anche una storia senza tempo. Si dice tra l'altro che questa canzone sia tratta da una storia vera: si racconta che il figlio di un potentissimo conte sposasse le sue mogli per seppellirle nel suo castello dopo avergli tagliato la testa.
Già sposare un uomo che non si ama è una bella disgrazia, ma venire poi a sapere che tuo marito è un pazzo omicida, beh questa è un'altra storia.
Comunque, era sempre andata bene al figlio del conte, ne aveva già ammazzate trentadue, ma sentite cosa è successo quando ha sposato la bellissima inglesina
.
Alla bellissima inglesina la notte prima del matrimonio è apparsa in sogno una fata dalle ali lucenti che le ha detto: "Stai attenta inglesina, tuo marito è cattivo, è malvagio
e allora la bellissima inglesina
TURUTUTELA
(STRUMENTALE)
Questo brano composto da melodie tradizionali, vuole essere un omaggio al Turututela, cioè al cantastorie. Accompagnandosi con il "ghitaren", una chitarra fatta da lui e che aveva una corda sola, il Turututela girava di paese in paese, raccontando storie e favole. Insomma faceva quello che oggi fanno il cinema, i giornali, la radio, la televisione e internet.
Negli anni passati, il suo lavoro era molto utile perché la gente, non avendo la possibilità di viaggiare, sapeva dal Turututela quello che succedeva in giro per il mondo.
Perché lo chiamavano Turututela?
Mah, si dice che lo chiamassero così per il suono del suo ghitaren, che pare facesse un rumore tipo "turuten, turuten, turututen", e da lì poi col tempo è diventato Turututela.
IL SIRIO
All'inizio del '900 la miseria era davvero dura, ed erano tanti gli italiani che volevano andare in America a cercare fortuna. Questa canzone racconta il naufragio di una nave italiana avvenuto il 4 agosto del 1906.
Questa nave, questo "Titanic" della povera gente, era partita da Genova carica di emigranti diretti in America. Più di 150 le persone annegate, quasi tutte del nord Italia.
Chissà quanti emigranti avevano nella tasca della giacca un'armonica a bocca per soffiare via, almeno un po' , la nostalgia di casa
La canzone è dedicata a quattro grandi cantastorie lombardi le cui canzoni tanto mi hanno affascinato quando ero bambino: Adriano Callegari, i coniugi Angelo Cavallini e la dolcissima Vincenzina Mellina ed Antonio Ferrari.
Perché la gente non dimentichi queste canzoni e i cantastorie,i Turututela che con tanto cuore e sacrificio le portavano in giro per le piazze.
Si dice, tra l'altro, che i primi soccorritori arrivati sul posto del naufragio, abbiano visto affondare, nel mare in tempesta, tra le onde, tante povere valigie di cartone e
tante piccole fisarmoniche, tanti mandolini, tante chitarre e tante armoniche a bocca che si riempivano d'acqua. E allora noi, adesso, pescheremo dal mare questi strumenti , e vi racconteremo la storia del nostro Titanic, la storia del Sirio.
LA PESCA DELL'ANELLO
Questa canzone è più conosciuta con il titolo di: "la bella la va al fosso". Noi abbiamo voluto recuperarla in una specie di versione "originale". Abbiamo scoperto che il famoso ritornello: "ravanei, remulass, barbabietul e spinass" è un'invenzione di qualche gruppo di cabaret degli anni '60 ed anche il solito finale molto allegro ("andrem lassù sui monti a far l'amor") è un'altra invenzione di qualche furbacchione. Perché guardate, io ho fatto un po' di ricerca sulla musica tradizionale, e vi assicuro che dalla fine della guerra agli anni '70, con la musica popolare ne hanno combinate di tutti i colori .
Questa è la versione originale francese che è probabilmente la più antica dove la bella si annega pur di non concedersi al pescatore e pur di rimanere fedele al suo vero amore. Ah, forse il refrain c'è sempre stato, ma di tipo musicale ed era certamente suonato molto delicatamente anche per intonarsi a questa romantica e struggente storia d'amore.
LA MAMMA DI ROSINA
"La mamma di Rosina" è una canzone antichissima arrivata fino a noi dal lontano medioevo, dove si sono scritte tante canzoni sulle storie d'amore tra i mugnai e le ragazze che andavano a macinare il grano. Questa canzone, che poi è quasi una filastrocca, veniva cantata anche in una versione più lenta, più sottovoce, come ninna nanna per far dormire i bambini.
E proprio da qui è nato il progetto Turututela.
Io cercavo le parole di questa e di altre canzoni che mia madre spesso mi cantava come ninna nanna. Ho cominciato a cercare le canzoni e poi mi sono appassionato, e ho pensato: sono canzoni bellissime, nessuno vuole più cantarle?
Beh, allora le canto io.
Ed eccomi qua.
BAL D'LA SUNETA
(STRUMENTALE)
Questo brano è dedicato all'armonica a bocca, che è stata la compagna e l'amica di tanti ragazzi che sono partiti per la guerra, che sono stati messi nei campi di concentramento, di tanti italiani che emigravano verso altri paesi.
Oggi, purtroppo, l'armonica a bocca è quasi scomparsa, certo non per colpa mia, L'armonica a bocca prima che arrivasse la fisarmonica, si suonava dappertutto nelle nostre campagne, nelle feste che si facevano nelle cascine.
Era l'armonica, che costava poco e si poteva tenere in tasca, la compagna musicale di pastori, minatori, contadini e mondine.
E questo ballo "al bal d'la suneta" è tutto dedicato a lei.
Siccome la gente si sta, appunto, dimenticando degli strumenti che si suonavano una volta, io ho voluto recuperare anche il PETTINE suonato con la cartina delle sigarette che tanta gente nei tempi andati suonava per scacciare via il male di vivere, la malinconia.
CARA EMMA
Questa è una storia che si raccontava nelle stalle dove la gente si riuniva per riscaldarsi nelle sere d'inverno. E' una canzone triste e drammatica. Qualcuno mi ha chiesto: ma perché queste storie sono sempre così tristi e drammatiche?. Perché le serate d'inverno nella stalla erano davvero lunghe e quindi più la storia diventava misteriosa, affascinante, drammatica, più alla gente piaceva starla a sentire.
Molte di queste storie come forse vi ho già detto, vengono da fatti veramente successi, e d'altronde non sono i film che ci fanno piangere quelli che ci piacciono di più perché arrivano dritti al cuore?
Comunque, al contrario di altre storie che si raccontavano nelle stalle, questa pur essendo una canzone drammatica, ha quasi un lieto fine, e forse, ma in questo caso solo forse, è una storia vera
NONNA VITTORIA
(STRUMENTALE)
Ho voluto dedicare questo brano a mia nonna alla quale ero molto legato.
Nella vita di mia nonna Vittoria c'è un po' la storia di molti di noi, raccontata attraverso i tanti drammi e le gioie vissute da questa incredibile donna.
Nella vita di nonna Vittoria, c'è la guerra, il marito ucciso, i debiti, la povertà, la fame, la perdita dei figli, ma anche l'orgoglio, il tirarsi su le maniche che è tipico dei contadini di queste parti. Era una donna la cui felicità era
fare felici gli altri. Non ha mai chinato la testa. Non ha mai detto di si quando pensava no e forse anche per questo era rispettata da tutti.
I suoi racconti e le sue canzoni hanno lasciato un segno nella mia anima che non andrà più via. Il suo ricordo vivrà per sempre in questa canzone che è un po' fiera e forte come lei, come nonna Vittoria.
GLI OCCHI DEL CUORE
Questo è un omaggio ad uno dei più grandi figli di Voghera, la città dove sono nato: Alessandro Maragliano.
Maragliano è stato e rimane un grande artista non solo vogherese, non solo pavese o lombardo o italiano perché un artista è di tutto il mondo.
Le sue poesie sono canzoni senza la musica, tanto è struggente la melodia che viene fuori dalle pagine dei suoi libri. "I oegg dar coer" gli occhi del cuore, che lui ha scritto lontano dalla sua città, meritava di essere trasformata in una serenata ad una città ma soprattutto ad un mondo che non c'è più.