
Fabrizio Poggi, cantautore, polistrumentista, leader del gruppo Chicken Mambo e grande comunicatore, molto apprezzato nell'ambiente del folk americano, con all'attivo 8 dischi, (di cui uno registrato negli Stati Uniti), spettacoli in tutto il mondo e in particolar modo nel Nord America, vanta collaborazioni con grandi artisti d'oltreoceano ed entusiastiche recensioni da parte della stampa nazionale e internazionale.
Nel 1999, anche in seguito ad un periodo di malattia, ora fortunatamente superato, in un momento difficile in cui la famiglia, gli amici, i luoghi dove ha vissuto e dove vive , la gente che lo circonda, sono particolarmente preziosi, decide di fare un omaggio discografico alle ninne nanne che la madre e la nonna gli cantavano durante l'infanzia.
Tuffandosi a capofitto (come già aveva fatto per la musica americana) nella meticolosa ed appassionata ricerca di testi, musiche, vecchi libri e dischi quasi introvabili, il Poggi scopre il magico mondo del folklore lombardo e decide, quindi, di ampliare i propri orizzonti verso questo aspetto culturale, fondando, insieme ad altri appassionati, l'Associazione Culturale Turututela, confermando ancora una volta il motto che recitava:
"Amare la propria terra, oltre ad essere un piacere atavico, che prima o poi nel corso della vita esplode in ognuno di noi è, soprattutto, un dolcissimo dovere morale....". .
Ecco quindi l'urgenza culturale dell'Associazione nel divulgare nel modo più completo possibile l'appassionante ricerca che ha condotto e che si augura non abbia mai termine affinché le curiosità delle generazioni a venire possano essere nuovamente soddisfatte.
A supporto di quanto sopra descritto, Fabrizio Poggi con l'ausilio di valenti maestri musicisti ha registrato un cd dal titolo "Canzoni Popolari" e ha scritto un libro dedicato all'armonica a bocca, nell'ambito della musica tradizionale pavese e oltrepadana, dal titolo "L'armonica a bocca: il violino dei poveri" edito dalla collana Adolescere.
L'Intervista di Mike Blakely a Fabrizio Poggi
M.B.: 1) Come è nata lidea per il progetto Turututela?
F.P. Lidea è nata dalle ninne nanne che mia madre e mia nonna mi cantavano da piccolo poi con la difficile ma gratificante ricerca dei testi e delle musiche di queste canzoni mi sono trovato immerso in un mondo quasi sconosciuto ma pieno di bellissime storie da raccontare.
M.B.: 2) Chi ti ha aiutato in questa che tu stesso definisci difficile ma, credo affascinante ricerca?
F.P.: Nel piccolo ma immenso mondo delle tradizioni popolari ho incontrato sia personalmente che tramite i loro libri, i loro dischi, insomma le loro opere grandissimi ricercatori che mi hanno aiutato con il loro impagabile e prezioso lavoro, ad avvicinarmi con grande umiltà ed innocente ma eccitante curiosità alluniverso folkloristico della mia terra.
M.B.: 3) Quale è l'obiettivo del disco e del conseguente recital-concerto ?
F.P.: Lidea, che nella sua semplicità è comunque culturalmente ambiziosa, è quella di raccontare attraverso la musica, le parole e le storie della nostra gente per ricordare a tutti da dove veniamo perché così potremo trovare, o almeno questo è il mio sogno, la strada più giusta per arrivare dove stiamo andando.
M.B.: 4) Ho ascoltato con grande piacere il primo lavoro discografico dei Turututela e mi pare sinceramente molto piacevole e interessante. Vuoi parlarmi un po' di questa registrazione?
F.P.: Nella primavera del 2002, ho riunito in uno studio di registrazione di ottimo livello, una serie di bravissimi musicisti, provenienti da vari ambiti musicali, sia folk, che blues che jazz, con i quali ho provato a reinterpretare le più vecchie canzoni popolari lombarde: brani raccolti dal grande Costantino Nigra, da altri preziosi ricercatori e canzoni dei cantastorie lombardi (i “TURUTUTELA” dei quali fino all'inizio del secolo avevamo grande tradizione).
M.B.: 5) Quali sono gli strumenti che avete usato per questa registrazione?
F.P.: Abbiamo usato quelli che pensiamo essere gli strumenti veramente “popolari” lombardi cioè la chitarra, il mandolino, l'organetto diatonico , la fisarmonica e uno strumento un tempo diffusissimo tra la gente ed ora purtroppo dimenticato: l'armonica a bocca.
M.B.: 6) Parlami un poco di questa cosa piuttosto curiosa perché sia nel mio paese (gli U.S.A. ndt) che in tutta lEuropa settentrionale larmonica a bocca è tuttora uno strumento musicale popolarissimo nella musica folk.
F.P.: Non so dare una spiegazione logica alla scomparsa dellarmonica a bocca nella nostra musica popolare. Credo che la maggiore responsabilità vada attribuita allavvento nel secondo dopoguerra delle orchestre di liscio che hanno fatto della fisarmonica lo strumento principe di quello che loro chiamavano musica popolare. E ovvio che uno strumento con un suono più intimo e delicato come larmonica sia stato subito soverchiato dal volume sonoro e dalla troppo spesso sopravvalutata versatilità della fisarmonica. Voglio aggiungere inoltre che da molti appassionati di musica folk, larmonica è stata spesso vista come un giocattolo o al massimo come uno scacciapensieri che non si suona ma si strimpella. Io so invece per certo che ci sono stati, specialmente in Lombardia, autentici virtuosi dello strumento di cui però purtroppo non esistono registrazioni.
M.B.: 7) Insomma da quanto ho capito larmonica un tempo stava alla zona padana quanto il mandolino stava al meridione dItalia?
F.P.: Di questo non sono sicuro, so di certo che il suono di questo strumento ha accompagnato i nostri emigranti nelle Americhe, che ha tenuto compagnia ai nostri soldati durante la guerra ed a qualcuno a volte ha salvato anche la vita, è stata la compagna preferita di chi doveva spostarsi per lavorare come le mondine, i braccianti agricoli e i minatori ed era comunque lo strumento alla portata di tutti , proprio perché costava poco e si poteva portare nelle tasche.
M.B.: 8) Io so che la ditta tedesca produttrice di armoniche HOHNER durante la prima guerra mondiale aveva addirittura dato il nome ad una armonica dedicandola ai vostri valorosi ma sfortunati militari. (La bravi alpini n.d.t.)
F.P.: Esatto e io personalmente visitando il museo dellarmonica di Trossingen, in Germania, ho visto più di uno strumento con una pallottola incastrata dentro a significare che molto probabilmente quello strumento stando nella tasca della giubba di quel militare, gli ha certamente salvato la vita, ma ti dirò di più: larmonica era lo strumento che molti italiani suonavano nei campi di concentramento. Pur essendo uno strumento a fiato, quindi molto personale, se la facevano passare di mano in mano, o meglio di bocca in bocca, ed ognuno la suonava piano, di nascosto e si sentiva probabilmente meno solo e disperato Dio solo sa che peripezie passavano questi prigionieri pur di nascondere lo strumento, anche a costo di rischiare la loro stessa vita. Pensa che mi hanno raccontato di persone tornate dal campo di concentramento che non riuscivano più a suonare lo strumento ad un volume normale, tante erano state le costrizioni psicologiche della prigionia, e comunque dovevano essere sicuri di essere soli in casa: ed allora si mettevano lì in un angolo a suonare sommessamente (a volte tra le lacrime) la loro armonica. Io non credo, che ci siano altri strumenti musicali che abbiano avuto una storia come questa. Per questo motivo voglio rivalorizzare questo piccolo, ma grande strumento, magari portandolo anche nelle scuole dove so che ci sono bambini che addirittura non ne hanno mai vista una da vicino. Per concludere questa parte dedicata allarmonica, ti racconterò una storia, che ha quasi del magico, per chi ci vuole credere. Mia moglie Angelina ed io, abbiamo "girovagato" per tutta la Lombardia raccogliendo storie, aneddoti, favole, vecchie canzoni, e , dovunque siamo andati, abbiamo fatto una foto ad una armonica a bocca utilizzando come sfondo il monumento storico più rappresentativo della città o piccolo paese che stavamo visitando: un castello, una chiesa, un antico rudere, un vecchio mulino, una risaia, eccetera.. (queste foto, poi, sono state stampate anche sul libretto allegato al primo lavoro discografico dei Turututela). Ebbene più di una volta mentre tenevo in mano lo strumento davanti a questi monumenti, ho avuto limpressione di sentire il vento soffiare attraverso le ance libere dellarmonica suonando antiche melodie a ricordo di un suggestivo e fulgido passato.
M.B.: 9) Cè un approccio vocale particolare in questa tua produzione, vuoi parlarmene?
F.P.: La maggior parte di queste canzoni mi venivano cantate come ninne nanne, e quindi in modo molto dolce e sommesso, sicuramente lontano sia dalle versioni cabarettistiche da osteria che da quelle indirizzate al ballo delle orchestre di liscio. Quindi mi è venuto assolutamente naturale un tipo di approccio vocale e strumentale suadentemente dolce e passionalmente sommesso.
M.B: 10) Quali sono stati gli artisti di riferimento per questo progetto?
F.P.: Gli artisti che tramite le loro opere mi hanno influenzato per questa nuova avventura musicale, sono stati tantissimi, impossibile nominarli tutti. I miei punti di riferimento per la preparazione di questo progetto sono stati la grandissima GIOVANNA IRIS DAFFINI, e la straordinaria EVA TAGLIANI: donne, madri, mondine, e contadine che forse mi hanno autenticamente affascinato perché le loro vite, le loro storie, le loro canzoni, assomigliano tanto a quelle dei raccoglitori di cotone neri che cantavano il blues, o a quelle dei poveri contadini bianchi che suonavano alla sera sotto la veranda delle loro casette sperdute in qualche landa deserta della selvaggia America, epopee che tanto mi hanno colpito allepoca dei miei esordi musicali, quasi trentanni fa.
M.B.: 11) Cè stato qualche scrittore o ricercatore che ti ha influenzato più di altri nella scelta del repertorio?
F.P.: Il libro che mi ha sicuramente influenzato maggiormente, è stato: La musica popolare italiana del grande ricercatore Roberto Leydi, testo mai superato nella propria completezza da nessuna altra pubblicazione.
M.B.: 12) Quali insegnamenti hai tratto da questi libri?
F.P.: Innanzitutto che: ci sono molti livelli apparenti di folk commerciale, da un genere apertamente canzonettistico a un genere falsamente autentico, da un genere apertamente evasivo ad un genere pretestuosamente impegnato quindi bisogna fare molta attenzione alle cose che si leggono e che si ascoltano. Comunque il Leydi dice una cosa molto giusta e cioè che queste storie devono tornare ai loro legittimi proprietari, cioè ai popoli che ne sono stati spogliati.
M.B.: 13) Quali altre cose hai potuto approfondire consultando questo preziosissimo libro che ricordiamo è stato scritto più di 30 anni fa e mai ristampato nella sua edizione integrale?
F.P.: Ho approfondito tantissimo il modo di affrontare la riesecuzione di un canto popolare, che, significa, per chi non vuol far ciò, per assecondare una moda o per soddisfare personali esigenze emotive od estetiche, approfondire la conoscenza, non solo di quel canto, ma di tutto quanto quel canto manifesta e quel canto motiva, e significa inseguire una identificazione culturale, emotiva, ideologica persino sentimentale con il momento di vita di cui quel dato canto è funzione espressiva, insomma il fine del folk singer, del cantante di musica popolare, deve essere quello di riuscire ad esprimersi in prima persona, quasi come se quelle cose le avesse vissute e scritte lui stesso. Per fare questo occorre studiare a fondo la realtà comunicativa e tradizionale appoggiandosi quindi sempre con grande umiltà e passione, a documenti e supporti di indubbia provenienza originale.
M.B.: 14) Che situazione hai trovato a proposito della musica popolare in Lombardia?
F.P.: La musica popolare Lombarda non presenta una situazione omogenea, anzi è estremamente diversificata. Nellambito territoriale coesistono stili e modi fra loro lontani e lontanissimi, più apparentati con aree celtiche o provenzali che fra di loro. Ciò non deve stupire, in quanto non è altro che il riflesso delle vicende storiche e sociali della nostra regione: il servizio militare nazionale, la scuola, le due guerre mondiali, le migrazioni interne, lepopea delle mondine e dei braccianti agricoli, e poi i mezzi di comunicazione di massa hanno determinato una diffusione padana di questi canti che giungono a noi oggi nelle più differenti versioni, quindi anche in questo caso occorre parecchia attenzione nel maneggiare questo immenso patrimonio. Come dice il Leydi larea della musica popolare settentrionale comprende: la Liguria, il Piemonte, la Lombardia, lEmilia Occidentale e parte del Veneto. I suoi legami sono sia verso la Francia con propaggini da un lato fino alle isole Britanniche, dallalto fino alla Germania e ai Carpazi.
M.B.: 15) So che ti sei servito anche del lavoro del grande ricercatore piemontese, Costantino Nigra. E a proposito ti vorrei chiedere quale tipo di utilità hanno queste vecchie ma ancora attualissime raccolte di canti popolari.
F.P.: Queste raccolte (Dio benedica il Nigra e tutti gli altri ricercatori) sono utilissime soprattutto per i testi, non va dimenticato infatti che la maggior parte delle vecchie collezioni dei folkloristi italiani è incentrata sullelemento testuale (infatti sono raccolte di poesie popolari) ma mancano totalmente le indicazioni relative ai modi di esecuzione. Infatti tutte le musiche di questi canti popolari sono totalmente aleatorie. Nessuno o quasi nei tempi passati scriveva o leggeva musica popolare quindi al di là di pochissime cose scritte tramandate tutto è basato sulla tradizione orale: infatti pensa che in un vecchio disco ho trovato 10 e più versioni di Donna lombarda (famosissimo e antico brano della mia terra) tutte con una musica ed una melodia completamente diverse luna dallaltra. Quale sarà quella originale?
M.B.: 16) Quindi?
F.P.: Quindi come ci ricorda il Leydi il cantante di musica popolare potrà operare alcuni interventi integrativi, valendosi di altre lezioni, ma farà ciò con la prudenza, la cautela e il rispetto necessario e noi Turututela ci siamo attenuti piuttosto scrupolosamente a quanto dettato da uno studioso che ha dedicato tutta la sua vita alla salvaguardia del patrimonio tradizionale. Daltronde proprio il Leydi a proposito delle ninne nanne dalle quali il Progetto Turututela è nato dice che le ninne nanne costituiscono un elemento molto importante del cosiddetto folklore di base, cioè del fondamento arcaico della comunicazione orale/tradizionale. Infatti va osservato che questi canti non assolvevano soltanto al compito di addormentare i bambini ma anche a quello di avviare il processo di inculturazione del nuovo nato. Attraverso la ninna nanna, poi, era offerta alla donna una occasione di sfogo non altrimenti possibile allinterno della società contadina tradizionale. Ciò spiega in parte perché tanto spesso le ninne nanne, contro lopinione corrente, non abbiano testi lieti e sereni ma si connotino a volte come veri e propri lamenti, anche disperati.
M.B. 17) Parlami dei brani strumentali, quello che mi ha colpito di più è "Al bal d'la suneta", puoi parlarmene?
F.P.: Al bal dla suneta (in lingua il ballo dellarmonica ) è brano originale che io ho composto ispirandomi alle nostre musiche tradizionali e cioè alle monferrine, curènte e mazurche. Citando ancora una volta il preziosissimo Leydi, va ricordato che la monferrina è un ballo a coppie arricchito dalla figurazione del cerchio attorno alla coppia più abile. Nella nostra zona la monferrina rientra nel gruppo delle curènte che formavano il momento conclusivo dei balli che si svolgevano di paese in paese seguendo il calendario delle feste patronali e delle fiere agricole. Su queste pedane di legno recintate e coperte che venivano portate come le giostre da un posto allaltro, si ballava a pagamento. La curènta finale accompagnava il dono di un mazzo di fiori da parte del cavaliere alla propria dama.
M.B.: 18) Parlami della tradizione settentrionale di cantare soprattutto ballate narrative o comunque canzoni che raccontano storie?
F.P.: La ballata o la storia era il cinema o la televisione di una volta. Quando i contadini si ritiravano alla sera nel luogo più caldo, cioè la stalla, prima dicevano il rosario e poi mentre le donne cucivano o ricamavano, cera sempre qualcuno che raccontava una storia e più affascinante, tragica e passionale era, meglio attraeva lattenzione e stimolava la curiosità dei presenti . Tra laltro alcune ballate sono così antiche che sono state tramandate non in dialetto ma nell antico italiano.
MB.: 19) A proposito appunto di lingua e dialetto perché hai scelto di cantare praticamente quasi esclusivamente in lingua?
F.P.: Io ho cantato in Italia per più di 20 anni in inglese e questo, nonostante tutti i miei sforzi di comunicazione, ha spesso creato un sottile muro di incomprensione tra me e la gente che veniva ai concerti, quindi mi è parso naturale, finalmente, scegliere un repertorio che mi permettesse di cantare nella mia lingua madre e di arrivare quindi a più persone possibili. Cera unaltra cosa che va detta a proposito del canto in lingua nella nostra zona: le mondine che tanto hanno influenzato il mio progetto, arrivavano da più parti del Nord Italia portando le canzoni del loro dialetto locale quindi si è poi dovuto tradurre questi brani in una specie di esperanto delle mondariso affinché tutte le lavoratrici potessero comprendere le parole delle composizioni per essere coinvolte nel canto collettivo.
M.B.: 20) Parlami delle origini della ballata lombarda.
F.P.: Sicuramente la ballata lombarda ha le sue origini più arcaiche in Piemonte e risente tantissimo delle influenze provenzali, celtiche e catalane. Come giustamente dice il Leydi: la ballata ha le sue radici nellantica cultura europea
della quale testimonia i costumi, gli atteggiamenti, i rapporti sociali ed umani, il paesaggio e la visione della realtà
M.B.: 21) Come si spiega una diffusione così capillare della ballata o della storia in musica in tutta lEuropa?
F.P.: I canti popolari di questo tipo furono portati in giro dai cantastorie o trovatori. Questi cantori erranti giravano dai paesi nordici al Nord Italia, dalla Provenza alle Isole Britanniche e dalla Catalogna alla Germania , portando con sé il loro repertorio di storie che naturalmente, viaggio dopo viaggio, si arricchivano di particolari si modificavano e si adattavano al contesto nel quale venivano eseguite, figurati che ho letto che già nellanno mille cerano polemiche tra i trovatori sul fatto se fosse più o meno giusto scrivere canzoni che fossero comprensibili a tutti e non solo ad una cerchia di pochi eletti.
M.B.: 22) Ma alla gente comune come arrivavano queste storie?
F.P.: Non bisogna dimenticare che nel Medio Evo ma anche nei secoli seguenti, la gente che possedeva poco o nulla, si spostava lavorando dove cera bisogno e quando il lavoro finiva partiva per unaltra destinazione. Sui sassi delle strade del passato camminavano contadini, mercanti, studenti, soldati, signorotti, monaci, pellegrini e vagabondi dogni tipo e queste persone naturalmente si portavano appresso le loro storie, le loro favole e le loro leggende che spesso diventavano canzoni.






Il Progetto
Ecco la storia di un lungo cammino che ha portato alla nascita
dell'Associazione Culturale Turututela.
Di seguito trovate anche un'interessante intervista
a Fabrizio Poggi, anima del progetto cultural-musicale,
a firma di Mike Blakely, scrittore, giornalista, ricercatore americano
di indubbia fama internazionale, vincitore nel 2000 del prestigioso premio SPUR
per la narrativa, vice presidente degli scrittori americani di ispirazione
folclorico tradizionale. Sua e di altri artisti doltreoceano liniziativa di spingere Fabrizio Poggi ad avviare lambizioso progetto Turututela
come omaggio alla propria terra, alla propria gente, alle proprie radici.
