Il nuovo disco di:

FABRIZIO POGGI E TURUTUTELA

“La storia si canta”

 

Imperdibile per chi ama il modo di Fabrizio di suonare

e cantare le nostre canzoni popolari!

Un disco di grande passione e impegno civile…

Il nuovo disco, un omaggio ai cantastorie pavesi, ne riscopre e sottolinea l’impegno e la passione civile e squarcia il velo su quello che si può definire il vero blues italiano: le forme e gli stili sono ovviamente diversi dai modelli americani ma analogo è l’ambito sociale in cui matura.

Perché le canzoni dei cantastorie?

Perché il loro repertorio, che affiancava alla ballata popolare di tradizione (spesso riletta in chiave fortemente drammatica allo scopo di coinvolgere emotivamente il pubblico) sia canzoni legate a gravi episodi di cronaca (in massima parte a tragedie che avevano coinvolto emigranti italiani), sia brani tratti dal repertorio delle mondine, è tuttora di grande attualità: è cambiato lo scenario internazionale ma ingiustizie e prevaricazioni, incidenti sul lavoro e problemi sociali sono purtroppo ancora all’ordine del giorno.

Perché i cantastorie pavesi?

Perché riconosciuti fra i maestri del genere: la dinastia dei Cavallini, quella dei Callegari, Antonio Ferrari e altri conobbero grandi successi di piazza.  Nel disco, Fabrizio Poggi e Turututela integrano la tradizione con alcune nuove composizioni in dialetto vogherese (autore dei testi il poeta contemporaneo Angelo Vicini), con omaggi alla canzone di lotta e con successi popolari degli anni Cinquanta, resi celebri dagli stessi cantastorie. Non si tratta di forzature: un filo rosso, quello dell’impegno civile, lega le scelte l’una all’altra e le mantiene in equilibrio fra passato e presente grazie proprio alla grande lezione dei cantastorie pavesi, capaci di coinvolgere nelle loro esibizioni sia gli ascoltatori delle grandi città (memorabili i “treppi” dei Cavallini a Milano in piazza Castello) sia di animare con gusto e allegria le feste paesane sull’aia.


Nonostante questo, un disco molto vario ed emozionante?

Sì, perché alle tinte forti ed epiche di brani come “La maledizione della madre” (meglio conosciuta come “Mamma mia dammi cento lire”) o “La tragedia di Mattmark”, sottolineate dalla vocazione cantautorale di Fabrizio Poggi e dalla sua conseguente abilità interpretativa, si stemperano nell’ironia mordace dei canti di lavoro delle mondine (“Anche per quest’anno ragazze ci han fregato”, “Saluteremo il signor padrone”), nell’invito al canto collettivo (“Vola colomba”, “Miniera”) e nella ricerca di un nuovo ruolo per il cantastorie di oggi, il cui compito non è più informare ma emozionare attraverso una ricerca interiore nella memoria.

Perché ancora le mondine al centro della vostra attenzione?

Perchè la loro importanza storica e sociale non è mai troppo sottolineata. In "Canzoni popolari", il disco precedente, la loro figura era un po' filtrata attraverso quella di Giovanna Daffini e di loro veniva scandagliato soprattutto l'aspetto poetico e artistico. In  questo lavoro, invece, il ruolo delle mondariso si riveste di tutta la carica rivendicativa che era in possesso di lavoratrici che, prime fra tutte nel 1906, lottarono per le 8 ore lavorative. Rivivere la loro epopea attraverso il messaggio dei cantastorie significa riconoscere un primato che, storicamente, appartiene loro. Senza contare che le loro canzoni, al di là di ogni valore sociopolitico, sono belle e suggestive.

Perché “La storia si canta”?

È il titolo di una canzone contenuta nell’album, dedicata da Fabrizio Poggi e Turututela alla drammatica vicenda umana dei coniugi Cavallini. Ma è anche un’espressione che ridefinisce il ruolo sociale dei cantastorie, quello di cantare una storia diversa, non accademica e non borghese: la storia della classi oppresse, di cui non si parla nei libri.


Musicalmente parlando, quali differenze con il precedente “Canzoni popolari”?

Dal punto di vista strumentale, l’armonica a bocca (di cui Fabrizio Poggi è uno dei migliori solisti italiani) gode ancora di tutta la centralità che finalmente merita, accompagnata dalla chitarra ricca di venature rock-blues del giovanissimo e bravo Marco Rovino, dall’espressiva fisarmonica di Roberto G. Sacchi e dai cori di Odette Lucchesi. L’assenza di elettronica e di una sezione ritmica moderna va letta non come una scelta filologica ma semplicemente di gusto, presa nella convinzione che i suoni puri degli strumenti e delle voci, nella loro essenzialità, sappiano adeguatamente coinvolgere in un processo emotivo. I musicisti ospiti, analogamente, sono stati scelti fra gli amici con i quali Fabrizio e i Turututela hanno condiviso una parte di percorso umano e musicale.

“La storia si canta” in due parole?

Un disco di impegno sociale e civile lontano dalla retorica, che prova a riscrivere la storia dalla parte giusta utilizzando le parole e le musiche dei cantastorie, e in particolare di quelli pavesi, fra i più combattivi e convincenti. Un disco che affida all’interpretazione la sua capacità di comunicare emozionando e squarcia il velo su quello che si può definire il vero blues italiano: le forme e gli stili sono ovviamente diversi dai modelli americani ma analoghi sono l’ambito sociale in cui matura e la sofferenza che lo pervade.

 

Le canzoni:

Bella ciao delle mondine

La suneta

La terribile sciagura di Mattmark

Vola colomba

Sciur padrun da li beli braghi bianchi

La mundena

Anche per quest’anno ragazze ci han fregato

Saluteremo il signor padrone

O cara moglie

Mamma mia dammi cento lire

Miniera

Mamma perche’ non torni?

La storia si canta