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Durante la preparazione del disco “Turututela: Canzoni Popolari”, ho raccolto parecchi “appunti” leggendo libri, consultando testi, scorrendo le note di accompagnamento di decine di dischi e cd, che pensavo mi sarebbero stati utili per comprendere meglio le canzoni che andavo ad interpretare e per il mestiere di moderno cantastorie che mi accingevo a intraprendere. I maestri ricercatori dai quali ho attinto per prendere questi appunti sono tantissimi: da autorevoli etnomusicologi, a storici del folclore a semplici persone che mi hanno raccontato, essendone stati testimoni, come era la vita in campagna (ma anche in città) qualche anno fa. Questi “appunti” vanno quindi letti così come sono stati concepiti e cioè con il beneficio dell’approssimazione propria dell’appunto stesso che andrebbe poi sviluppato in un secondo momento. Gli argomenti che leggerete, naturalmente non hanno un logico collegamento (d’altronde lo ripeto sono solo appunti), ma c’è un filo che tiene unito il tutto: la passione che mi era scoppiata dentro e che continua a bruciare per le nostre tradizioni e per un mondo che non c’è più ma il cui patrimonio è da salvaguardare. Un ringraziamento particolare va a tutte quelle persone (buona parte ringraziate nel libretto del cd) il cui insostituibile lavoro mi ha permesso di prendere questi “appunti”, e di fare un disco e uno spettacolo, a detta di molti, piacevole e commovente.
Buona lettura.

Verso la metà del secolo scorso, la nostra risicoltura nella pianura Padana ebbe un grande impulso. Anche in città, il periodo della monda e del trapianto del riso divenne da allora un particolare avvenimento. Passavano dalla stazione ferroviaria i treni delle mondariso “forestiere”, scendevano a valanga nelle soste “al posto di” ristoro, donne e ragazze provenienti dal Mantovano, dall’Emilia e dal Veneto tra richiami, grida e canzoni popolari. Ma anche nelle città il reclutamento era forte, perché quel duro lavoro era comunque particolarmente remunerativo. In quelle notti, verso le 2 e mezza, si sentivano le voci che si inseguivano per chiamare al lavoro:”Marieta, Cichina, Ruseta, Vittoria”. Nei punti di raccolta erano già pronti i carretti che portavano, spalla a spalla e a gambe penzoloni, queste “ragazze” di ogni età alle risaie. Il duro lavoro incominciava all’alba, alle quattro, anticipando le ore più calde per finire nel tardo pomeriggio.
Con lo stesso carretto avveniva il ritorno in città: gonne alzate, il cappello di paglia e la fatica sul viso. Più avanti negli anni sono arrivati anche i camion e i pullman ma all’inizio il trasporto delle mondariso avveniva così. Questo della monda era un tempo pieno di eventi tumultuosi quando il lavoro voleva soprattutto dire: igiene e sicurezza zero e soldi, pochi, davvero. Ecco perché le mondine sono state tra le prime a scioperare. Le macchine e i diserbanti hanno modernizzato i metodi di coltivazione e, quindi. non c’è stato più bisogno di manodopera, di quelle mondariso che arrivavano nelle campagne: ondate di gioventu’ forte e robusta, affaticata ma allegra, che aveva forza ed energia per ballare e cantare sulle aie delle cascine al suono delle chitarre, delle armoniche a bocca e delle fisarmoniche. Le mondine erano reclutate dai “caporali” e, solo più tardi, con la costituzione del sindacato erano gli uffici di collocamento a registrare e indirizzare le mondine. La paga di queste donne era costituita da vitto, alloggio, un chilo di riso e poco denaro.
Le mondariso, sin dalle prime ore del mattino entravano nelle risaie e, con l’acqua sino al polpaccio, trapiantavano o “mondavano” le piantine di riso. Un breve intervallo per il mezzogiorno e poi di nuovo con la schiena curva fino a sera. Alle loro spalle c’era sempre il proprietario dell’azienda o il fattore che segue con occhio attento il lavoro delle mondariso. Per sorreggersi si appoggiava ad una vanga dal manico lunghissimo. La “divisa” delle mondariso è quella classica che ci è stata tramandata dalla famosa immagine di Silvana Mangano in “Riso Amaro”: sulla testa un grande cappello di paglia o un grande fazzoletto, scalze o con le calze a rete senza piede. Fino agli inizi degli anni ’60 il lavoro delle mondine (poi subentrarono le macchine) si svolgeva da maggio a giugno e comprendeva il trapianto delle piantine di riso e la loro successiva mondatura, cioè si dovevano strappare tra una piantina di riso e l’altra, i cosiddetti “giavoni”, erbe che l’occhio esperto della mondina riusciva subito ad individuare.
Attorno agli anni venti, numerosi furono gli scioperi delle mondine e poi di conseguenza dei braccianti per ottenere migliori condizioni di lavoro e di paga.
Il lavoro in risaia, oltre alla fatica comportava reumatismi alle gambe e alle mani nonché diverse malattie della pelle. Tra gli insetti più temuti c’era “il cinque minuti” perché procurava un dolore intenso che fortunatamente durava però, “solo” , appunto, cinque lunghissimi minuti.
Terminata la monda spesso le donne si dedicavano ai lavori agricoli di stagione. Uno dei lavori più diffusi era la raccolta delle pannocchie di granoturco che poi dovevano essere sfogliate. Confrontato con il lavoro del trapianto di riso questo era senz’altro più leggero e poteva essere svolto anche da donne giovanissime oppure più anziane.
…Ancora sulle mitiche mondariso, queste donne che per quaranta giorni all’anno, erano le “principesse” della risaia, per lavorare nella coltivazione del preziosissimo riso che da solo sfama la maggior parte delle popolazioni del mondo. Le storie sulle mondine sono tantissime e bellissime, allegre e tragiche al tempo stesso.
Ogni anno le mondine eleggevano la propria capa, cioè quella donna che alla fine doveva trattare con il padrone. Era di solito la più diplomatica, la più scaltra ed il suo compito era quello di difendere le compagne dagli abusi di potere, dalle angherie, dalle antipatie e dalle “richieste particolari” .
L’ultimo giorno di lavoro le mondariso ricevevano la paga ed il tradizionale sacchetto di riso. Era il giorno della culma o curmaia, un gran risotto innaffiato con vino bianco, una festa riservata alle sole mondine che alla fine incoronavano la “regina della risaia”.
Intorno all’anno
Durante quel tumultuoso periodo, si composero, dunque, canti e musiche profane in gran quantità, canti a carattere religioso in italiano volgare (le laudi) e, sempre all’inizio del Medioevo nacquero anche la polifonia e il dramma liturgico, progenitore del teatro moderno.
In quei tempi inoltre si ritiene sia stata inventata la scrittura della musica (la notazione musicale).
L’antologia di canti più antica e famosa risale al 1200. E’ la famosa raccolta chiamata “Carmina Burana” che raccoglie, appunto, moltissimi canti goliardici. Furono chiamati così dal luogo in cui furono ritrovati nel 1874: il monastero tedesco di Beuren. Era un libro di poesie e canzoni di cui però non erano riportate le musiche, ma i testi erano così belli che divennero subito famosissimi. I “Carmina Burana” si dividono in 4 parti: ci sono i canti cosiddetti moralistici, quelli amorosi, quelli per il divertimento e quelli a carattere religioso. Nello stesso periodo oltre alle canzoni dei goliardi, nacque un altro filone musicale, quello dei trovatori, in Provenza e quello dei trovieri nella odierna Bretagna (Francia settentrionale), poeti e musicisti che accompagnandosi con i progenitori della chitarra e del violino composero poesie e canzoni, che si ispiravano agli amori e alle gesta di nobili cavalieri. I trovatori, che parlavano la “lingua d’oc” provenzale, componevano soprattutto canzoni d’amore, i trovieri, invece, che si esprimevano in “lingua d’oil” (dalla quale deriverà il francese) preferivano invece cantare canzoni più guerresche. Trovatori e trovieri, scrivevano spesso bellissime poesie che accompagnavano con una musica raffinata ed elegante e, facevano ascoltare queste loro composizioni, alle corti dei principi e dei re.
Tra le forme di componimenti preferite dai trovatori e dai trovieri, c’erano la “canzone”, il componimento amoroso per eccellenza, la “ballata”, la “estampida” e il “saltarello”, forme strettamente legate al ballo, e i “sirventesi”, brani che trattavano argomenti politici, morali, filosofici e religiosi.
Uno degli svaghi più importanti degli aristocratici del Medioevo erano i grandi balli. Questi ultimi erano solitamente balli energici, dai movimenti rudi, a cui partecipavano solo gli uomini. Il “saltarello”, era probabilmente il ballo più diffuso ma anche la “estampida” era una danza molto nota. I movimenti del saltarello erano semplici e ripetitivi: si ballava vivacemente tutti insieme in tondo, con passi saltati. La musica era suonata il più delle volte da una cornamusa con l’accompagnamento di un tamburo. Le melodie di questo come di altri balli si svolgevano su di un suono lungo tenuto dal principio alla fine.
La “estampida”, della quale si hanno meno notizie certe, pare fosse una danza da eseguire esclusivamente nelle corti dei nobili: il termine “estampida”, comunque, deriva dal provenzale e significa battere il piede, danzare. A poco a poco anche le donne furono ammesse al ballo e, quindi, da allora, nacquero anche le danze di corteggiamento i cui movimenti erano comunque molto controllati: il cavaliere e la dama si sfioravano appena, con la punta delle dita.
I Malaspina di Oramala
(che si trova nella alta Valle Staffora, in provincia di Pavia) furono tra i primi ad ospitare i grandi trovatori del medioevo come ad esempio il superbo poeta Peire Vidal, Giraut De Broneilh, Peire D’Alvernhe, Rambaut De Vaquerais, Albertet De Sisteron…
Lo stesso Alberto Malaspina si dilettò nella poesia provenzale.
Erano tutti per lo più eccellenti suonatori di liuto, di viella (l’antenato del violino) e di arpa.
Già da allora, c’era contrasto fra i trovatori sul fatto se le canzoni dovessero essere capite solo da pochi eletti, o se dovessero essere comprensibili a tutti.
La figura di Giraut De Borneilh fu molto apprezzata dai Malaspina che, spesso, elargivano ricchi doni ai trovatori.
Piere Vidal trovatore e giramondo cantava soprattutto il suo amore per la bellezza delle donne.
Rambaut De Vaquerais, che è probabilmente il più famoso trovatore e giullare del Medioevo, era anche molto conosciuto per le sue qualità di dongiovanni. Fu anche invitato da Alberto Malaspina per un duello a suon di poesia che terminò pari.
Albertet De Sisteron soggiornò ad Oramala in quanto innamorato di una delle figlie del Malaspina, Maria che non lo ricambiava. In compenso le altre due figlie Selvaggia e Beatrice lo corteggiavano parecchio anche se non corrisposte.
Naturalmente i signori che potevano vantare trovatori nelle loro corti, ricevevano un alto rispetto e un grande prestigio.
A proposito di cantautori o cantastorie impegnati politicamente, già nel Medioevo, i trovatori protestavano spesso con le loro canzoni contro il comportamento tutt’altro che misericordioso della Chiesa.
Il Medioevo, per quanto riguarda gli strumenti musicali, fu un periodo di “transazione”. Rispetto alla antichità “Classica”, in questa era, si cercavano nuovi tipi di strumentazione capaci di aderire meglio alle esigenze poetiche e musicali degli artisti medioevali. Gli strumenti, infatti, erano ancora di forma piuttosto grossolana ma, si incominciavano a costruire oggetti di ottima fattura, ornati con pregevoli intarsi e decorazioni. Gli strumenti musicali usati dai trovatori nel medioevo erano il liuto, l’antenato della chitarra, uno strumento a corde pizzicate di origine araba e la viella, uno strumento ad arco che è l’antenato della viola e del violino. Tra gli altri strumenti più usati ricordiamo: l’organo, di origine egiziana, che a poco a poco divenne lo strumento liturgico per eccellenza; lo scacchiere e il salterio, strumenti a corde, lontani antenati del pianoforte e del clavicembalo. Anche gli strumenti a fiato erano ben rappresentati con trombe, corni e flauti. Tra gli altri strumenti che si suonavano all’epoca dei trovatori vogliamo ricordare la ribeca (di origine araba) dal fondo panciuto come quello di un mandolino e lontano parente del violino. Il ritmo veniva segnato da tamburi e tamburelli con senza sonagli.
Come spesso succede anche per i cantastorie attuali, per alcuni trovatori la dolcezza della melodia prevaleva sulle parole, per altri invece era l’opposto: la musica era al servizio della storia da raccontare.
I trovatori, venivano dai più disparati ceti sociali e si portavano appresso tutto quello che avevano imparato sia in famiglia, che durante i lunghi viaggi e, tutte le loro esperienze confluivano nelle loro composizioni.
Molti trovatori scoprivano nuovi strumenti musicali durante i loro frequenti ed interminabili viaggi, non è quindi improbabile, che abbiano attinto da culture musicali, molto diverse fra loro, non ultima quella araba; il liuto infatti deriva sia come strumento, che come nome, dalla musica araba. Ai tempi delle Crociate, spinti da un profondo senso antiarabo, gli occidentali inventarono la viella (l’antenato del violino), che spesso sostituiva il liuto nell’accompagnamento delle canzoni dei trovatori.
Molte canzoni dei trovatori e dei giullari (che spesso erano la stessa cosa) venivano dai balli di corte. Una delle più famose canzoni, era ispirata ad un ballo gioioso e propiziatorio dedicato alla primavera: stagione in cui sbocciavano nuovi fiori e nuovi amori, ed in particolar modo al mese di maggio.
La maggior parte delle canzoni dei trovatori era dedicata all’amore, sia per la natura che per le belle castellane, alle quali venivano dedicati brani pieni di passione e struggimento.
Spesso nelle canzoni dei trovatori del Medioevo si intravede un primo incontro-scontro tra ceti sociali diversi, come si può ascoltare nelle ballate dove la pastorella o la contadina incontra un cavaliere uscito dal suo castello per andare a pescare o a cacciare.
Anche al tempo dei trovatori si cantavano canzoni sull’amore proibito tra persone sposate o di fanciulle negate da parte dei genitori o, ancora, componimenti che trattavano della follia di chi era geloso.
L’ultimo grande trovatore è stato Guillaume De Machaut che visse nelle seconda metà del 1300 e che introdusse il coro nelle proprie canzoni, incominciando ad introdurre nel proprio repertorio anche brani strumentali, suonati con l’antenato della chitarra e del violino.
Una altro grande trovatore fu lo spagnolo Alfonso Decimo, che scriveva in galiziano (lingua del nord della Spagna) e che ha influenzato molti suoi contemporanei.
C’era anche una donna trovatrice, molto brava, che scriveva stupende e struggenti canzoni d’amore . Si chiamava Beatrice De Dia e visse nella seconda metà del 1100. Le sue canzoni erano spesso accompagnate dalla melodia del flauto e riuscivano a dare vita al dolore di un cuore innamorato e ferito a morte. Erano gioiellini di rara bellezza e delicatezza.
La canzone popolare contrappone: valori del cuore a quelli della ragione , un certo disordine all’eccesso di ordine, la fantasia al razionalismo astratto, la spontaneità all’eccesso di progetto, l’autentico all’artificioso, la passione alla freddezza e all’eccessiva padronanza di sé, l’eccesso alla regola, l’intuizione geniale alla costruzione metodica, l’entusiasmo alla impassibilità.
Già gli studiosi del settecento dicevano che la poesia e la musica devono essere popolari e non attingere continuamente alle fonti classiche, ormai così lontane dalla vita, dai sentimenti, dalle idee e dai gusti della gente; il poeta e il musicista devono interpretare le ispirazioni vive del loro popolo.
Spesso questi studiosi si lamentavano della noncuranza dei dotti italiani verso la musica popolare, e di come sembrassero quasi offesi e sollecitati ad occuparsi di questa “arte plebea”.
Nei canti popolari sono racchiusi i vecchi segreti del cuore umano dei quali mostrano i due potenti aspetti: l’amore e lo sdegno.
I grandi studiosi del folklore del passato dividevano l’Italia praticamente in due grandi aree:
-l’Alpina, che comprenderebbe Piemonte, Lombardia, il Veneto, il Trentino e buona parte delle Romagna.
-l’Italica che comprenderebbe la restante parte della penisola.
L’area alpina a sfondo celtico, coincide praticamente con la distribuzione geografica dei canti narrativi dataci fin dalla metà dell’800 dal grande etno musicologo Costantino Nigra.
Inoltre, grandi studiosi del passato non mancavano di insistere sulla necessità di procurarsi le varie lezioni di una stessa canzone, necessarie a stabilirne, fra le alterazioni dovute alle trasmissioni orali, il testo primitivo nelle sue linee essenziali.
La canzone popolare si forma e si trasforma in quel crogiolo di umori, di suoni e di culture che fu il Medioevo, attraverso la dialettica della festa religiosa e profana insieme a quel teatro di strada o di piazza dal quale nasceranno sia le sacre rappresentazioni che le processioni del carnevale, o le feste rituali di valore augurale e propiziatorio che si tenevano nel pieno della primavera e si chiamavano appunto del “calendimaggio”.
I temi della canzone popolare sono quelli di sempre, quelli, cioè che più colpiscono ’immaginazione popolare: l’amore, il sesso, la religione, i fatti tristi e allegri, pubblici e privati di tutti i giorni. Gli anonimi autori di questi canti sono spesso persone umilissime ma piene d’ingegno: carrettieri, fornai, muratori e contadini.
Le canzoni popolari hanno la qualità specifica di rispondere ad un modello culturale che non è quello della cosiddetta “cultura alta” bensì quello della cultura popolare, ossia degli strati bassi e marginali (ma non per questo meno importanti e fondamentali) della popolazione.
Può succedere di ascoltare lo stesso brano cantato da persone di altre aree e di scoprire delle differenze nelle parole o nella melodia. Ciò accade perchè la conoscenza dei canti è trasmessa a viva voce, per mezzo dell’esempio e della imitazione, cioè per mezzo della comunicazione orale, e non è sempre facile ripetere esattamente quello che si ascolta. Passando di bocca in bocca, le parole e le melodie possono a poco a poco cambiare, anche profondamente, senza che si possa dire chi abbia per primo introdotto il cambiamento: non c’è insomma un autore unico, ma una specie di creazione collettiva, quindi una canzone diviene “popolare” quando viene adottata, assimilata e magari modificata da una collettività. In un certo senso ogni “variante” è “l’originale” ed ogni esecutore è anche autore del brano che interpreta.
La musica popolare è sempre legata ad uno scopo condiviso da tutta la collettività, ogni canzone esiste per essere eseguita in funzione di una determinata occasione sociale: formule magiche, scongiuri, richiami, canti da lavoro (pescatori, mondariso, minatori, contadini e pastori) e canti per le diverse festività religiose dell’anno.
I nostri bravi cantanti italiani si offendono se sentono pronunciare la parola “canzonetta”, ritenendolo un termine riduttivo, non sanno invece che si tratta di un vocabolo “classico” che ha riscontri letterari nobilissimi, considerando per esempio che uno dei primi parolieri di “canzonette” è stato il grande poeta e premio Nobel Giosuè Carducci che, naturalmente, a scuola, al pari di altri grandi, ci hanno insegnato ad odiare. Ah che maestri e professori avevamo...
Sull’origine del mitico canto popolare esiste una leggenda bella e misteriosa: si dice che l’autore di tutte le canzoni popolari sia Cupido il Dio dell’Amore che ha inventato la poesia e, quindi le canzoni, per incantare la gente e farla innamorare.
Un’altra leggenda sulle origini del canto popolare racconta che queste canzoni sono scritte in un libro caduto in fondo al mare e, alcune persone, le hanno imparate avvicinando all’orecchio una conchiglia e poi le hanno insegnate agli altri.
Una terza leggenda racconta che un pastore era disperato per la scomparsa della sua bellissima compagna. La ragazza era stata trascinata in fondo al mare da una sirena cattiva che la teneva prigioniera con sette catene. Il pastore allora si recava sulla riva del mare e inventava canzoni così belle (le stesse che sono arrivate fino a noi) che la sirena cattiva si addormentava, incantata, permettendo alla bella prigioniera di uscire dall’acqua e di stare, seppure per un poco, con il suo amato.
Sin dal Medioevo per festeggiare il ritorno di maggio e della primavera, gruppi di giovani l’ultima sera di aprile e la prima sera di maggio, si riunivano per cantare e suonare nei luoghi più abitati. Spesso uno di loro portava un ramoscello tutto adorno di fiori freschi e di limoni.
Altri portavano un cesto con altri mazzi di fiori, e per la strada, li regalavano alle donne accompagnando questo dono con un canto.
Queste ultime in cambio donavano ai maggiaioli alcune uova, dolcetti, frutta, qualcosa di bere e a volte, anche qualche moneta.
L’allegra comitiva, ottenuti i doni, ringraziando riprendeva a cantare e passava alle case vicine, proseguendo così il giro per tutto il paese.
e la musica popolareIl grande musicista Béla Bartók diceva che la musica popolare è come un essere vivente che cambia di minuto in minuto....
Il sapere scolastico è tradizione, ha bisogno di regole e di certezze, per esso i cambiamenti sono improvvisazioni. Nella cultura del mondo popolare ogni versione di un canto o di un fatto vive autonomamente come fatto espressivo, non è una variante, ma è un fatto culturale autonomo, un valore culturale completamente nuovo.
Le canzoni o musiche “a ballo”, sono quelle composizioni le cui parole hanno una funzione alquanto secondaria o semplicemente diversiva. La famosa “Monferrina” (Piemontese – Lombarda) viene spesso accompagnata dal canto di un testo che pare alludere – in funzione apotropaica, cioè esorcistica – addirittura alla morte, che si vuole appunto scacciare con una danza rituale.
Costantino Nigra
(1828-1907) è stato probabilmente uno dei più grandi etnomusicologi italiani. La sua raccolta di canti popolari piemontesi, ma anche “padani” in senso più lato, è importante tanto per le dimensioni del suo operato, quanto per la metodologia critica seguita.
Ad ogni canto popolare premise delle ricerche storiche intorno al fatto che ne formava l’oggetto, nonché il luogo ed il tempo in cui la storia raccontata si era verificata. Aggiunse inoltre tutte le varianti delle diverse aree e dei vari dialetti, nonché tutte le affinità o imitazioni che si possono rintracciare nella poesia popolare europea. Sua è l’importante considerazione secondo cui: “una canzone, quando essa esiste in un solo paese e non in altri deve essere considerata come nata là dove si canta, e creata dal popolo che la canta”.
Non bisogna però dimenticare che dietro ad ogni canto c’è un poeta, c’è una fantasia individuale, e nel suo girovagare il canto perde il poeta ...ma trova i cantori, che spesso sono altrettanti poeti.
Il Nigra, riuscì per tutta la vita a strappare al proprio lavoro di abile diplomatico il tempo libero da dedicare alla propria passione poetica e folklorica che lo portò a fare delle scoperte straordinarie: ad esempio la famosa ballata numero 69 “La pastora e il lupo” canzone ancora molto nota tra i nostri contadini e musicisti folk che viene fatta risalire, per quanto riguarda il testo (della musica antica, purtroppo, non si sa quasi nulla) ad una delle canzoni latine presenti nella raccolta dei Carmina Burana che risalgono al primissimo Medioevo.
La cosa più interessante è che queste poesie medioevali erano principalmente ritmiche, ciò chiarisce parecchie cose sull’uso o meno di strumenti a percussione nella musica di quel periodo.
“... Di fronte al dilagare della musica leggera e di consumo, il patrimonio della musica popolare rischia continuamente di perdersi o di venire stravolto in formule inadeguate e immiserite rispetto alla ricchezza del suo contenuto in termini di spiritualità e di cultura. Eppure, nel fragoroso “rumore di fondo” contemporaneo, non mancano orecchi e cuori attenti a quei suoni che hanno alimentato il nostro passato e possono tornare vivi non solo nella bellezza del ricordo, ma anche come stimolo a nuove funzioni dell’esistenza collettiva, come presa di coscienza di insostituibili momenti di ritualità. “
“mitico” musicista, ricercatore e etnomusicologo.
...Il mio mestiere è questo
starmene lì in silenzio
ad ascoltare, quieta,
poiché non esiste suono
che possa sfuggirmi,
né armonia che io non sappia sentire.
Così da sempre,
io me ne sto seduta
sulla soglia dei mondi
e prendo i sussurri dell’aria
e lo sgocciolio dell’acqua, delle foglie
e l’alito fresco del crepuscolo
e ne faccio parole...
Maria Rita Zibellini*
*poetessa, scrittrice e giornalista ligure
I viandanti
(da non confondere con gli odierni “clochard”) non avevano casa. Arrivavano dal nulla alla stagione del grano o della vendemmia e restavano fintanto che c’era bisogno delle loro braccia.
Barattavano spesso il loro lavoro con un piatto di pasta, un bicchiere di vino e qualche soldo.
Durante la bella stagione li si poteva trovare all’alba addormentati nei fossi dove si erano addormentati la notte prima, ubriachi di vino, sonno o solo fatica.
Quando stavano all’osteria non sedevano vicini né, parlavano fra loro, ma la gente li riconosceva come appartenenti ad una stessa famiglia.
Era gente senza radici, vagabondi per necessità e per passione, era difficile dare loro una età, potevano avere quaranta, cinquanta, sessant’anni, tanto le loro facce erano segnate dal freddo e dalla fatica. Spesso non amavano raccontare di come e perché avessero scelto quella vita fatta di polvere e di strada.
Quando erano in vena di chiacchiere, complice qualche bicchiere di vino in più, raccontavano storie incredibili ed affascinanti e cantavano bellissime canzoni.
Erano comunque persone libere e felici, che disprezzavano l’ipocrisia del mondo.
Nelle veglie d’inverno ci si sedeva nel tepore delle stalle
, mentre fuori il gelo ricopriva ogni cosa. Al respiro amico degli animali si dicevano le preghiere, poi qualcuno cominciava a raccontare.
Le parole rimanevano sospese, nel silenzio, ad evocare orrori, tragedie, e un mondo popolato di streghe e di fantasmi.
Questo era il mondo magico dei nostri contadini, durante le lunghe veglie invernali, quando tutto, appena fuori dall’uscio della stalla, diventava cattivo, misterioso ed ostile ed ogni piccolo rumore faceva sussultare: nel gelido buio dell’inverno ci sono le radici delle nostre paure.
Le storie della memoria erano quelle che si raccontavano alla sera tanto tempo fa, quando non esisteva ancora la televisione, il cinema era per i ricchi o la gente di città , e i contadini sapevano sognare in prima persona, senza prendere in prestito le emozioni degli altri. Il raccontare era un rito collettivo, nel quale la comunità poteva sentirsi unita in qualche cosa di più piacevole della fatica del vivere quotidiano, i vecchi raccontavano, i giovani imparavano l’importanza dei ricordi.
Il lavoro del cantastorie è quello di ascoltare varie versioni di un racconto musicale e quindi, scegliere di tramandare quello più affascinante, quello che sa catturare l’anima ed il cuore di chi vuole starlo a sentire, con buona pace del rigore scientifico integralista del quale, peraltro, i viandanti che giravano d’osteria in osteria, barattando una canzone per un piatto di riso, non avevano mai sentito parlare.

L’emigrazione è sempre stata una costante dei contadini lombardi, fin dai tempi più antichi, ma il fenomeno raggiunse i suoi massimi nella seconda metà dell’ottocento.
La speranza di migliorare la propria esistenza spinse i giovani verso terre lontane.
Ci fu chi decise di andarsene vendendo le poche cose che aveva, per rifarsi una vita da qualche altra parte e chi lavorò anni e anni lontano dalla propria terra e dai propri cari, per tornare, alla fine, a stare dove era nato.
Non tutti quelli che partirono fecero fortuna, né tutti quelli che avevano promesso di tornare, furono in grado di farlo. I famigliari ricevevano poche lettere, scritte con caratteri grandi e faticosi, quasi da bambino, un misto di italiano e di dialetto, a volte ricevevano solo qualche cartolina o qualche foto di quelle fatte in posa, con qualche vecchio mobile il telone come sfondo
Il pane, in tempi non molto lontani, rientrava nei sogni di tutti i giorni di molta gente, soprattutto il pane bianco considerato il pane dei ricchi.
Gli anziani ricordano che il pane bianco, allora, era per i bambini e i vecchi ammalati. I bimbi, a volte, fingevano di non sentirsi bene proprio per poterlo mangiare. Il pane era fatto di segale, di granoturco, di patate o di castagne, più raramente solo di grano.
In Lombardia si cuoceva il pane di segale nei forni comunitari e le famiglie che possedevano un forno, lo cedevano agli altri in cambio di altro pane.
Nelle grandi cascine della Pianura Padana si preparava il pane biscottato che si poteva conservare a lungo e veniva poi usato da dare ai piccoli campagnoli come merenda.
Molti sono i proverbi che hanno come tema il pane, a confermare quanto sia stata incisiva la presenza di questo alimento: “è buono come il pane”, è detto di una persona dal carattere dolce, “mangia pane a tradimento”, è detto invece di chi vive alle spalle degli altri.
C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui l’acqua corrente in casa era ancora un sogno. Si doveva andare alla fonte, per prendere l’acqua che serviva per cucinare, per bere, per abbeverare il bestiame nelle stalle per lavarsi, lavare panni, piatti eccetera.
Chi era fortunato se la trovava poco distante da casa, ma molte persone per prendere l’acqua dovevano fare lunghi tratti di strada più volte al giorno e, spesso, questa era una cosa che toccava alle donne. Per il bucato si andava direttamente alla fontana, o dovunque scorresse un rigagnolo, un fiume, un torrentello.
(I CONTADINI)I “paisan” erano riconoscibilissimi quando si recavano in città a vendere i loro prodotti. Il fazzoletto da naso in vista e i pantaloni di velluto con le pezze sul sedere perché soldi per il guardaroba non ce n’erano. Unica concessione il cappello.
Andavano a scuola (chi era fortunato di andarci) con i vestiti rattoppati, l’unica cosa a cui tenevano era
I primi difficilmente soffrivano la fame, ma gli altri, che vivevano sulle colline, non avendo la “protezione” di una cascina, avevano molto poco e, spesso, si privavano dei loro formaggi, latte o burro per racimolare qualche soldo.
I Lombardi erano golosissimi di saracche, acciughe, aringhe, pesciolini e anguille marinate, che spesso venivano vendute sulle bancarelle. Certo lo stomaco di un contadino era ben diverso da quello di un impiegato e comunque il lavoro del “paisan” gli permetteva di digerire benissimo e tranquillamente queste autentiche leccornie.
Si racconta che i mediatori di una volta (gente che comprava e vendeva animali) avessero uno stomaco di ferro leggendario. Il loro viaggio d’affari in città si concludeva, spesso, con l’acquisto di uno “scartoccetto” di saracche e pesciolini da portare all’osteria, dove, ordinavano quantità industriali di vino.

Quando si tratta di mulini e mugnai ci si imbatte spesso in canzoni che evidenziano l’intraprendenza dei mugnai con le ragazze. Di mulini un tempo ce n’erano davvero tanti, molti di questi avevano macine per macinare non solo i cereali, ma anche castagne, legumi e patate. I contadini delle colline, spesso, andavano con l’asino nelle grandi cascine di pianura a cambiare la farina di castagne con quella di grano o mais.
E a proposito di castagne, in tempo di guerra, quando la fame era tanta e spesso per fare un po’ di provviste si doveva fare parecchia strada a piedi, per il viaggio si mettevano un po’ di castagne secche nelle tasche, che erano un po’ le caramelle di una volta.
In Lombardia, al contrario di quello che si pensa, il granturco fece parecchia fatica ad essere apprezzato e le prime polente risalgono quindi alla metà del secolo scorso. Da allora, la polenta è diventata l’elemento cardine delle nostra cucina. La polenta era mangiata morbida o dura, cotta, riscaldata o fritta. Era mangiata da sola o accompagnata da formaggio, latte, sughi vari, merluzzo e baccalà e condita con burro, olio o zucchero.

Nelle campagne Lombarde, chi poteva, destinava un pezzetto di terra alla vigna, almeno quel tanto che bastava per fare il proprio vino da pasto. I contadini andavano poi, occasionalmente, all’osteria a rifarsi la bocca con “quello buono”. A S. Martino, tempo di traslochi e chiusura dei conti nelle cascine, le mogli passavano in bottega, e a seconda dell’uva lasciata dal marito sceglievano la stoffa per farsi il vestito che, avrebbero portato tutto l’anno.
Comunemente sulle tavole dei contadini c’era il vino rosso, il bianco veniva riservato per il bicchiere all’osteria, come aperitivo. Ci si trovava a bere all’osteria dove davanti a una bella tagliata (salame, coppa, prosciutto, pancetta, ecc...) servita su un tagliere, o ad un formaggio nostrano, si dimenticavano le fatiche e le pene di quella dura vita. Quando il vino cominciava a fare il suo effetto, si tirava fuori l’armonica a bocca, la fisarmonica e la chitarra e si cominciava a cantare. Un vecchio proverbio Lombardo dice che l’acqua fa marcire i secchi, ma il buon vino fa cantare i vecchi. Le osterie erano normalmente frequentate da uomini ed erano assiduamente frequentate da “allegre combriccole” che tra una partita di scala 40, di scopa o di briscola, erano capaci di “far fuori” ettolitri di “rosso”. Se qualcuno faceva tardi nel tornare a casa, si diceva che faceva il giro delle chiese, ossia, delle osterie. Il vino era utilizzato anche per cucinare, una spruzzata andava bene dappertutto e, c’era gente, che usava metterlo nel caffè o intingere il pane nel bicchiere pieno di rosso.

I Celti (dal greco “eroi”) esistevano in Italia già da molto tempo prima delle grandi e definitive migrazioni del V° e del IV° secolo avanti Cristo.
I Celti erano un gruppo di circa 150 tribù legate tra di loro per lingua, costumi e usanze religiose. I Romani (che furono anche responsabili delle loro sconfitta militare e quindi della loro sparizione) li chiamavano tutti erroneamente, Galli. I Greci li facevano discendere da un figlio di Ercole di nome Celto. La zona da cui si ritiene provengano, è quella dove oggi c’è l’attuale Afghanistan da dove si sono spostati emigrando in tutta l’Europa sia continentale, che insulare. La loro cultura “indoeuropea” ha influenzato la lingua e i costumi di paesi come l’Irlanda, l’Inghilterra, la Scozia, il Galles, la Bretagna (la Francia settentrionale), la Spagna, il Belgio, l’Austria, l’Italia Settentrionale arrivando persino al centro Europa.
Inizialmente stabilitisi ai piedi delle montagne i Celti si sono poi trasferiti in tutta l’area dei Laghi Lombardi, dove dettero vita a numerosi villaggi fondati intorno (i più antichi) al IX secolo avanti Cristo.
2800 anni fa i Celti si insediarono stabilmente nell’attuale Francia e poi in Spagna. Cento anni dopo si espansero nell’attuale Belgio, Inghilterra, Irlanda e Cecoslovacchia. Intorno al V° secolo avanti Cristo si assiste al periodo di massima fioritura della civiltà celtica con circa 15 milioni di abitanti.
I Celti finiscono così per condizionare in maniera determinante la vita, i costumi, le arti, la lingua dei popoli preesistenti. L’influenza dei Celti è forte e resistente al tempo. Le parole di origine celtica oggi sopravvissute nei dialetti settentrionali sono tantissime, anche se modificate o alterate dal latino dei romani conquistatori. La civiltà celtica ha dominato in Europa per più di mille anni.
I Celti si godevano
A proposito della loro sconfitta, va detta anche questa cosa e cioè che una delle caratteristiche principali dei Celti era che essi non costituirono mai uno stato unitario con un esercito che fosse organizzato da un governo centrale.
La guerra, per i Celti, era intesa più come sfida che non come un mezzo per raggiungere un determinato scopo anche se, nella fase di stabilizzazione in Europa, i Celti utilizzarono la guerra per assicurarsi un posto dove vivere. I Celti non pianificarono mai delle campagne di guerra per la conquista dei territori (come invece fecero i Romani) ma, combattevano per un luogo dove stabilire il loro villaggio, per saccheggiare una tribù rivale, per vendicare un torto, oppure semplicemente per difendersi da una invasione.
Quando con l’invasione romana si diffuse il cristianesimo le gerarchie della chiesa conservarono le già esistenti festività celtiche, sostituendo, però, gli antichi riti con nuove usanze più conformi alla nuova religione. Simili procedimenti di “rimozione tramite sostituzione” furono applicati anche al calendario lunare dei Celti che, veniva usato per il ciclo dei lavori agricoli e degli allevamenti. Un esempio di mistificazione della Chiesa di allora di ci può essere ad esempio parlando delle feste del vino che si tenevano, in autunno, in tutta l’area celtica.
Durante queste feste, denominate feste delle “corna” e che coinvolgevano tutto il villaggio la gente mangiava, beveva, cantava, insomma si divertiva, accompagnata dal suono di strumenti a fiato ricavati dalle corna dei buoi.
Ebbene, è opinione di molti studiosi di cultura celtica, che, l’attribuzione delle corna alle infedeltà coniugali, cui si faceva riferimento in queste allegrissime feste, fosse un trucco per superare i rigidi controlli della chiesa contro qualsiasi manifestazione che avesse qualcosa a che fare con il diavolo. I Celti infatti, credevano che l’uso di maschere di diavoli e di streghe permettessero loro di comunicare sia con il mondo infernale che con quello divino. Proprio da queste feste delle “corna” sono poi derivati i festeggiamenti di Halloween.
I Celti erano uomini e donne liberi e forti le cui intense esistenze, erano vissute all’insegna della spada e del coraggio, ma anche della consapevolezza e dell’armonia con le arti e con l’ambiente. I Celti, molto saggiamente, amavano in modo particolare l’aspetto giocoso della vita, per questo, davano grande importanza alla salvaguardia della natura nei loro territori e a quei principi di stima, amicizia e solidarietà che caratterizzavano i “clann”, cioè, i gruppi familiari. Di questo grande popolo ci è rimasto molto, anche se, spesso, le loro eredità sono state travisate, ma, quando passate per
Centocinquanta anni fa, un famoso storico e ricercatore musicale dell’area celtica, disse, a proposito della musica popolare che questa, è “proprietà esclusiva della classe contadina, le classi più elevate non possiedono una musica propria e, anche se la possiedono, si tratta comunque di una musica diversa da quella tradizionale, alla bellezza della quale questa gente rimane insensibile, perché non rispecchia i suoi sentimenti, pertanto, ha lasciato questa musica a coloro ai quali ha portato via qualsiasi altra cosa. Ecco così che chi vuole trovare la vera musica popolare non deve cercarla nei saloni dei ricchi e dei nobili, ma nelle capanne dei poveri...
All’inizio del 1800 (eravamo sotto la dominazione francese), fu istituita la leva obbligatoria. Uno dei primi ad essere chiamati, fu un certo Poggi Mauro detto “Gattone”, che veniva da Codevilla, nell’Oltrepo Pavese.
Siccome all’epoca era legale pagare per non “andare dietro” a Napoleone, il mio trisavolo, con il lavoro dei campi, riuscì a racimolare i soldi necessarie per non partire.
Quando il principe, o il granduca lo ordinava bisognava obbligatoriamente andare a caccia. Non tutti lo facevano volentieri e anzi spesso volevano sfuggire a questo obbligo.
L’indigenza spingeva i poveri alla caccia mentre per i ricchi, la caccia, era motivo di sfoggio di potenza, occasione di incontro o di svago.
Nel Settecento dalle nostre parti si pagava il campanaro ma non il sindaco. Allora il campanaro aveva certamente un ruolo di rilievo perché avvisava la comunità di pericoli imminenti quali incendi, alluvioni, saccheggi, ecc...
Oltre alla scarsità dei raccolti, gli agricoltori dovevano fare i conti con il tempo bello e il tempo cattivo che, provocava, specialmente d’estate, con la grandine, danni irreparabili.
I preti prima del 1500 vivevano in assoluta povertà, le chiese non erano curate assolutamente e molti abitavano in maniera un po’ ambigua con donne o ragazze.
Dopo il Concilio di Trento la Chiesa decise, dopo la scossa del protestantesimo, di richiamare questi parroci all’ordine. La gente, naturalmente, viste come andavano le cose, frequentava la Chiesa, ma, prendeva tutto molto alla leggera.
Quindi i parroci dovettero restaurare se non addirittura ricostruire molte chiese e non dovevano permettere ai fedeli di lavorare la domenica, che era un giorno da dedicare al culto religioso.
E non dovevano lavorare nemmeno i mugnai.
I preti poi, dovevano insegnare alla gente a pregare, pena una multa salatissima (per i preti naturalmente!) dovevano fare si che si smettessero certe abitudini pagane come non seguire la dottrina della Chiesa durante il primo anno di matrimonio, non sposarsi di maggio, così come portare croci attraverso il paese ed i campi con fini “propiziatori”. Il prete inoltre doveva vietare il ballo durante le funzioni e fare recintare il cimitero, che di solito era vicino alla Chiesa, affinché non vi entrassero gli animali.
Anche all’epoca non è che i lavori pubblici fossero poi così veloci. Un vescovo aveva dato incarico al parroco di sistemare una chiesa in una ventina di giorni. Purtroppo, tre anni dopo, l’unica cosa che avevano fatto era stata quella di raccogliere, un po’ di sassi.
Non tutti i parroci naturalmente erano poveri, c’erano anche quelli che avevano molta terra e, quindi, dovevano assumere un certo numero di braccianti, per coltivarle.
Uno dei principali motivi del diffondersi della peste era, l’assoluta mancanza di un sistema igienico. Le città e i villaggi erano privi di fognature, per cui, le strade, erano ridotte a vere e proprie discariche.
La peste c’era già stata a metà del 1300 e si era portata via un quarto d’Europa. Queste malattie (anche la lebbra, che veniva dall’India) viaggiavano con gli eserciti.
Nella metà del 1300 comunque, Voghera era considerata più “sana” rispetto a Milano tanto che, i nostri potenti (i Visconti) si rifugiarono nel Vogherese. Alla fine del ‘400 Ludovico Il Moro, ordinò che si mettesse in atto ogni difesa contro la peste (addirittura si pensava che chi veniva da Genova portasse la peste e, quindi, dovesse essere catturato vivo o morto).
Nel Vogherese, in questo periodo, cominciò la devozione per San Rocco con la costruzione di varie chiese. Nel 1600 si ebbe la peste più grave di tutti i tempi. Fino alla fine dell’800 si pensava che la peste, che veniva trasmessa da un tipo di pulce, fosse una punizione divina.
C’era una “congregazione” di sanità, che sequestrava la casa “infetta” e, gli abitanti, li mandava nei lazzaretti. Quindi anche gli abitanti sani, lì dentro, dopo un po’ si ammalavano. Quindi non solo questi rimanevano senza casa (che veniva loro bruciata dai monatti per disinfestarla e, poi “profumata” con dell’aroma di pino), ma anche nei rari casi in cui sopravvivevano dovevano ricominciare tutto da capo.
Vi erano comunque anche altre malattie terribili, come la lebbra per esempio, e quelli erano tempi in cui se non morivi per qualche malattia, ti veniva comunque bruciata la casa e, quindi, se ti veniva qualcosa, beh era meglio tenerlo nascosto.

Il difficile compito del cantastorie è quello di far provare la sensazione di essere seduti davanti ad un grande schermo e di andare indietro nel tempo, lasciandosi cullare dalle immagini di un film tra storia, leggenda e realtà. Ricordi, emozioni, spaccati di vita meravigliosi e passati.
Di notte, secondo una leggenda gli spiriti del passato si ritrovano per riprendersi quello spazio che è stato il loro... e domani sarà anche nostro.
Per quelli che andavano al ballo non permesso dalla chiesa (perché c’erano quelli permessi dal vescovo e quelli non permessi) il prete del paese faceva suonare ripetutamente le campane alle 4 della mattina. Una vera tortura, un po’ alla Don Camillo e Peppone.
Non ci sono più le mondariso, rese celebri dal film “Riso amaro” con Silvana Mangano e Vittorio Gassman. Queste donne popolavano le risaie per quaranta giorni all’anno e riempivano l’aria di canti e storie affascinanti e straordinarie. I racconti delle mondine dormono dentro le pagine dei libri e nei ricordi delle nonne che invano tentano di farsi ascoltare dalle nipotine. Noi dobbiamo fare sì che le loro storie non muoiano con loro.
Certo una volta si teneva tutto, dai vestiti alle cose per la casa, dai mobili ai tappeti, dai quadri ai documenti riguardanti la famiglia.
Possono cambiare i mezzi per muoversi adesso ci sono solo le macchine, ma nel vecchio mondo contadino c’erano il cavallo, l’asino, il bue. Però l’uomo e suoi sentimenti sono rimasti più o meno gli stessi e gli occhi vedono quello che il cuore desidera vedere e ricordare.
Le osterie sono state il terreno fertile intorno alle quali sono nate infinite storie e leggende.
Nella cascina si nasceva e si moriva tutti i giorni, nascevano bambini, cavallini, pulcini, puledrini, coniglietti, maialini... alcuni vivevanom altri morivano e tutto veniva accettato in maniera naturale.
Per ritrovare il passato non basta cercare tra i libri e i faldoni, bisogna anche sapere ascoltare le storie che si tramandano di bocca in bocca, da una generazione ad un’altra.
I boschi fino agli anni 30 erano davvero tenuti d’acconto perché la maggioranza degli attrezzi agricoli era fatta di legno. Il legno era importantissimo: con il legno si facevano i carri, i tetti, e tutto quello che serviva per il lavoro in campagna.
La storia si ripete: ogni generazione pensa di essere più brava di quella che l’ha preceduta: ma se non fosse stato per i nostri padri, i nostri nonni, insomma i nostri antenati noi saremmo ancora all’età della pietra.
Le canzoni raccontano il passato alle nuove generazioni affinché queste non dimentichino il lungo e, spesso faticoso cammino che ha portato oggi a vivere questa straordinaria stagione.
Non è che nel passato i musicisti fossero poi tanto ben visti, spesso non venivano neanche considerati gente che lavorava con la musica tanto che, molti, sulla carta d’identità si facevano scrivere: impiegato.

Nelle cascine vivevano anche 200 o più persone. La cascina era una struttura pensata e studiata per lavorare e produrre, ed era quindi completamente autosufficiente. Dentro alla cascina si lavorava per la produzione dei cereali, del foraggio per gli animali che poi sarebbero diventati carne. Si lavorava inoltre il latte per ottenere i formaggi. Questa struttura è rimasta praticamente la stessa dal medioevo fino al dopoguerra. Il contadino lavorava, produceva e quindi consumava, e ciò che restava in eccesso gli serviva per accrescere il proprio benessere ma soprattutto quello dei figli. I contadini fondavano tutto sul risparmio, “sul tenere d’acconto”.
Il loro scopo era contenuto nel vecchio proverbio lombardo: “una casa per stare al coperto e terra a vista d’occhio”, cioè il loro fine era quello di accrescere il patrimonio famigliare comprando terra. Questo tipo di mentalità a volte giusta, a volte sbagliata, ha permesso alla società contadina di rimanere immutata per quasi mille anni.
Nel medioevo, la vite era molto coltivata nella nostra zona, il vino più famoso era il costoso “vermiglio” , ma fino alla fine del settecento la maggior parte dei contadini faceva il vino per se senza fini commerciali. Solo dalla seconda metà del settecento cominciò la viticoltura così come la concepiamo oggi.
In quegli anni, la quasi totalità della popolazione era impegnata nell’agricoltura. Era un lavoro durissimo e condotto con scarsi mezzi, tanto che, buona parte di questi piccoli proprietari che facevano la stessa parte dei braccianti, lavorava solo a vanga, senza aratro né buoi, con un guadagno che non valeva certo
La Lombardia è per storia e tradizioni una terra di frontiera. Forse è per questo che la gente di queste parti è considerata testarda, individualista e gelosa delle proprie cose. La gente di frontiera sa che non può prendere posizione e poi frontiera vuol dire soldi, vuol dire avere da lavorare, quindi è meglio tenere il profilo basso e farsi gli affari propri. Ma noi sappiamo che nell’intimo delle cascine e delle aie, quando la fisarmonica e il violino cominciavano a suonare, il carattere chiuso e schivo di queste genti si trasformava radicalmente.
Sono stati i contadini a coniare il proverbio “piove , governo ladro” perché quando pioveva tanto, gli uomini delle tasse chiedevano soldi in più, perché l’acqua faceva crescere più erba, le mucche mangiavano di più e anche loro guadagnavano di più.
L’uomo di fiducia della cascina (che a seconda delle zone veniva chiamato in un certo modo) aveva la responsabilità che tutto girasse per il verso giusto. Dentro alla cascina i padroni, i braccianti e le loro famiglie dormivano sonni tranquilli grazie a lui. Quest’uomo dopo avere aggiornato il padrone, andava nella stalla dove raccontava storie strane, misteriose, originali e sapeva sempre tutto di tutti. I “proverbi” cioè le storie che si raccontavano nelle stalle venivano quasi sempre da lui. L’uomo di fiducia con il suo cane, era l’unico a girare di notte: attraverso di lui i contadini conoscevano il mondo misterioso del buio, per loro spazio pieno di paure. Quindi alla sera quando questo responsabile chiudeva il portone la gente si sentiva in una piccola oasi, dove vi erano sicurezze che oltre i muri della cascina mancavano, e le storie di questi uomini li convincevano sempre più che quello della cascina fosse il miglior mondo possibile.
Quando il contratto non veniva rinnovato il salariato faceva San Martino. Caricava su un carro tutte le sue cose (tavolo, sedie, la marna per impastare il pane, la gabbia delle galline e del maiale, gli attrezzi e una quantità industriale di figli e raggiungeva la nuova cascina.
Per più di cinquecento anni il giorno di San Martino, l’11 novembre è stato giorno di festa. In quel giorno il padrone chiamava i salariati per tirare le somme dell’annata agricola. Naturalmente c’erano salariati che avevano lavorato molto e prendevano molti soldi, altri che per salute o altri motivi, non avevano lavorato che pochi giorni e questi erano quelli che ricevevano poco o nulla.
Il salariato o bracciante iniziava e finiva la sua stagione a San Martino l’11 novembre.
La stalla era il luogo nel quale tutta la gente della cascina si ritrovava alla sera durante l’inverno. Nelle stalle si raccontavano i proverbi: storie interminabili fatte da narratori esperti i quali passavano da una cascina all’altra con i loro racconti erano impegnatissimi e ricercatissimi tantoché gli appuntamenti con loro, dovevano essere fissati da un anno all’altro.
La legna era poca e spesso le stanze erano insufficienti ad ospitare tutte le donne dei braccianti delle grandi cascine. Così mentre gli uomini erano al caffè, le donne si ritrovavano nelle stalle dove il tepore di sera è piacevole.
E’ la cosiddetta veglia: si cuce, si lavora a maglia, ci si racconta di ieri e di oggi, dei figli già nati, e di quelli in arrivo. Spesso questi incontri si trasformavano anche in momenti culturali, in quanto se c’era qualcuno che lo sapesse fare, si leggevano ad alta voce romanzi popolari.
Il calendario era basato sui movimenti della luna.
Era la luna a dire al contadino quando seminare, raccogliere, far covare le uova, imbottigliare il vino, tagliare la legna, fare accoppiare gli animali eccetera.
Alboino era il re dei Longobardi, si alleò con gli Unni distrusse i Gepidi e ne uccise il Re Cunimondo dal cui cranio ricavò una tazza per bere e del sposo
Nel 569 scese in Italia e occupò Milano alla testa del suo popolo che comprendeva non solo Longobardi ma anche Sassoni, Svevi e Nordici. Era un uomo rude, autoritario che dopo tre anni di assedi occupò Pavia.
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Carlo Magno occupò Pavia e distrusse i Longobardi nel 774. Era un uomo poco colto ma di intelligenza aperta. Non amava la ricchezza ed era profondamente religioso. Carlo Magno è stata una delle figure più importanti nella nostra storia e sicuramente uno dei più abili politici del suo tempo.
Le preghiere nella cascina erano una necessità. Il mondo dei contadini dipendeva come oggi, dal tempo dal sole, dal vento e dalla pioggia, che erano nelle mani del Signore e quindi la gente poteva solo pregare e sperare nell’aiuto della “provvidenza”. La gente infatti usava le preghiere come una medicina per ottenere la speranza per tirare avanti.
Nel mondo duro dei contadini solo la speranza del Paradiso poteva aiutare nel faticoso cammino di tutti i giorni. Le preghiere spesso scandivano la vita delle gente che pregava soprattutto per la salute propria e degli animali, per avere un buon raccolto e così via.
L’aia era una parte importantissima della cascina. Nel periodo estivo era il posto più frequentato. Fino a notte fonda si lavoravano fagioli, granoturco e altri cereali. Su questo grande spiazzo si facevano le feste: si ballava e si cantava, e addirittura l’aia era spesso, il posto in cui ci si sposava.
L’aia per i nostri vecchi era un luogo mitico dove si faceva la festa ma anche, dove si lavorava duramente sotto il sole cocente.
La trattoria veniva frequentata da carrettieri ed avventurieri occasionali. Con poche lire si mangiava e si beveva; il vino era un po’ aspro e le pietanze traditrici nelle spezie.
I proprietari erano comunque simpatici e sbrigativi: come si addice ad un luogo di passaggio.
Una volta il lavoro non mancava per arrotini, stagnari, spazzacamini, impagliatori di sedie, ecc.. , poiché la povertà attribuiva una maggior longevità e maggior dignità agli oggetti, che venivano sempre recuperati all’uso quotidiano.
Uno dei lavori femminili (oggi curioso) scomparsi era la pulizia delle strade che veniva fatta dalle donne con un coltellino con il quale toglievano l’erba tra i ciottoli.
Sino agli anni ’50 le bande musicali erano numerosissime e intervenivano in qualsiasi festeggiamento: ricorrenze, cerimonie e processioni.
Le bande si componevano e provavano spesso in canonica ed erano di frequente dirette da sacerdoti: gli unici in paese che conoscessero
Il “Caffè” (che poteva essere un locale elegante, un’osteria o una bettola) non era solo il .luogo dove appunto prendere il caffè, ma era il ritrovo maschile per eccellenza. Nel caffè si parlava, si giocava a biliardo ed a carte. Dai capaci portafogli a fisarmonica dei commercianti uscivano fruscianti bigliettoni “a lenzuolo” per un pokerino o una partita a dadi. Al caffè si facevano certo un sacco di chiacchiere inutili. Ma la loro assenza comunque fa comunque perdere anche un certo fermento stimolante e propulsivo. Al caffè si discuteva di molte cose, non tutte futili. In certuni si faceva sottovoce politica, si trasmettevano idee e propositi. Ora purtroppo il “caffè” come molte altre cose, è stato sostituito dalla televisione.
La trebbiatura del grano era un lavoro lungo e faticoso. Nei primi anni del secolo le trebbiatrici andavano a vapore, facendo un rumore assordante. Ma l’occasione era anche un importante appuntamento per festeggiare sull’aia uno dei momenti più solenni della vita agricola. Naturalmente a queste feste non poteva mancare l’armonica a bocca, la fisarmonica, la chitarra e il mandolino.
Durante le sagre paesane i bambini venivano tenuti buoni comprandogli i “brassadè”, ciambelle infilate ad uno spago per farne collane.

Le migliori lavandaie provenivano da famiglie dove era stata lavandaia la nonna, poi la madre, e loro avevano imparato tutti i trucchi del mestiere. In gruppo prendevano il lavoro dall’ospedale o dalle case private, lavavano nelle acque del fiume, in qualsiasi stagione. I panni più sporchi venivano prima immersi in grandi pentole di acqua calda, poi insaponati, distesi su particolari assi ed infine sciacquati nel fiume.
La ricerca del nostro passato è conoscenza, purché i ricordi confluiscano nella storia sempre attuale fatta di ansie, drammi e speranze. Riscoprire vecchie melodie per capire il presente e costruire insieme il futuro.
Non vi è nulla di più dolce che tornare alle immagini del passato attraverso la musica, scoprire con le emozioni come eravamo, fermarci con il pensiero sui flash che tornano improvvisamente e si fanno strada nella nebbia del tempo che passa.
Spesso nelle fotografie le mondine sorridevano. La realtà purtroppo era ben diversa. Provenienti dal Piemonte, dall’Emilia, dal Veneto e dalla stessa Lombardia le mondine durante il trapianto erano sottoposte a fatiche durissime. Iniziavano il lavoro prestissimo e lo terminavano quando il sole da tempo era sceso oltre l’orizzonte. Con la paga non si arricchivano e l’alloggio era sempre un grande casermone con tanti pagliericci e scomodi letti.
L’unica consolazione erano, forse, le canzoni.
La strada principale era il teatro dei principali avvenimenti. Lungo quella strada, ieri come oggi, si affacciavano i migliori negozi, i caffè più frequentati e la gente vi passeggiava nelle ore del tardo pomeriggio. Di frequente vi transitavano le carrozze e le diligenze. Una sbirciatina all’interno della carrozza era inevitabile. Domande e interrogativi vi si intrecciavano sulla bionda ed avvenente signora o sul magro signorotto dai folti baffi venuti in città chissà per quali motivi. E salire sulla diligenza, fare un viaggio era spesso solo un sogno per ragazzi o intere famiglie.
Nei mercati l’economia era legata a quello che si coltivava nei campi, e nelle bancarelle la merce in vendita è in gran parte destinata alle coltivazioni dei contadini. Le cose venivano esposte in ceste, secchi e gerle. Gli agricoltori passavano e osservavano: l’acquisto è la conclusione di lunghe trattative per determinare il prezzo dell’oggetto desiderato. Ma era anche un modo per fare festa, per comunicare notizie e riceverne altre.
Le carrozzelle o i carretti sbucavano improvvisamente dalla nebbia, presente nelle città e nei paesi di frequente durante l’inverno, e spesso erano un vero pericolo pubblico per i passanti e per quelli che si fermavano a chiacchierare lungo le strade. Il cavallo e la bicicletta erano comunque i mezzi di trasporto più usati per muoversi tra campi e pianure, tra risaie, campi di grano e marcite.
Le scuole e gli asili statali erano scarse e mal funzionanti, quindi la piccola e media borghesia preferiva per i propri bambini gli asili e le scuole religiose, dove operavano sia i preti che le suore.
Una tematica dominante nelle canzoni Lombarde è quella legata al vino. Sul vino si canta un po’ in tutte le aree delle Lombardia dove la vite prospera e allieta il cuore e a volte anche l’anima degli uomini.